11 Storia dell'uomo indolente che cerca la verità.
Se ne andava un giorno un uomo indolente che quasi tutto il suo paese aveva girato, cercando in ogni dove un maestro, un saggio che lo potesse istruir sulla verità, ma che invero non aveva ancor trovato.
Il primo suo maestro lo istruì sul bene e tutto gli disse di ciò che era bene e giusto fare per diventare una vera, rara, santità.
Il giovane iniziò così a professare il bene, azzittì il suo cuore in quel credo, e s'accontentò di vivere di radici dietro a quel vecchio, ostinato nella propria bontà.
Ma venne un tempo in cui, con grande tumulto, passarono su quelle terre i soldati del re e ivi portarono morte e distruzione e trascinando dietro a sé vari schiavi, lasciarono per le vie morti e malati, e per le campagne bimbi spersi e piangenti, e vecchi inoperosi senza speme.
Incontrò sul far del giorno il nostro giovane un vecchio con un bimbo ancor di latte in braccio e, vedutolo, quel vecchio fece appena in tempo a consegnargli quel prezioso fardello, prima di spirare.
Tornato alla capanna, il maestro lo vide e gli chiese:
"Chi è quel bimbo che ti porti in braccio?"
"Un bimbo che cerca ancora le mammelle di sua madre, mi ha consegnato prima di morire un vecchio, stamattina sul limitar del bosco. Che devo fare?"
"Da te ti sei cacciato in questo guaio, da te risolvilo, ché io non so davvero cosa sia bene o male in questo caso, solo segui il cuore."
"Se seguo il mio cuore, o buon maestro, vado in città e porto il bimbo ad una nutrice."
"E dunque sia" rispose il maestro.
Ma giunto in città, fu difficile trovare una casa che ancora fosse in piedi, non arsa dal fuoco, e pochissimi ormai erano gli abitanti.
Il bimbo ormai piangeva senza sosta e il giovane si decise di cercare una mucca o una capra per un po' di latte, ma mentre prendeva una capra che passava, si imbattè nell'esercito nemico che prese lui, la capra e il piccino.
Il nostro giovane fu così condotto prigioniero di accampamento in accampamento, dietro a quei soldati che mai seppe amare.
Fu così che un giorno, approfittando di una grossolana distrazione del suo carceriere, il giovane fuggì nella foresta e si mise subito in cammino per ritrovare il vecchio maestro. Ma giunto che fu, dopo lunghe settimane al capanno, trovò il maestro morto.
Il giovane pianse amaramente la propria sorte pensando di non aver avuto fortuna con quel maestro, perché, pensava, se colui fosse stato veramente un saggio, certo avrebbe dovuto impedirgli di andare in città, poiché un maestro deve essere a conoscenza che il cuore del discepolo brama molto più conoscere la verità, piuttosto che rispondere a certe necessità che la vita astutamente pone.
Andò così che si cercò un nuovo maestro.
Il secondo maestro era un oscuro che gli insegnò tutto ciò che è male, e fin nei più nascosti meandri dell'umano ingegno a far del male, portò il cuore del suo allievo, tanto che questi ne fu così terrorizzato che pensò fosse meglio non far altro che pregare e meditare tutto il dì, per evitare le assidue strettoie che la tentazione accampa.
Ma avvenne che un giorno che era caldo e che in riva al fiume il nostro giovane si era disteso, i piedi un po' nell'acqua e il capo all'ombra, vedesse una ragazza andar per acqua e, per sortilegio cui non poté che arrendersi, s'innamorasse di lei.
Seguirono le dolcezze dell'amore, ma ahimè, anche i tormenti dei litigi, e quell'uomo pensò di ripartire per cercare un nuovo maestro, ché davvero in questo non aveva avuto fortuna!
Lo troviamo a questo punto, nella sua indolenza, a ripercorrere le strade del paese per cercare questo saggio che lo aiuti a trovare il Divino e la Sua Pace.
Mentre cammina con il capo chino, batte il piede in un sasso e si ferisce.
Stanco e addolorato si siede su di un masso e cerca con gli occhi il fiume dov'è, per avere dall'acqua un po' di frescura e di ristoro.
Mentre con gli occhi scruta intorno a sé, ecco che compare un vecchio affaticato e stanco.
Il vecchio si siede sul masso accanto all'uomo, e dopo poco gli dice:
"Ti aspettavo proprio oggi qui, il cuore me lo aveva detto!"
"Sei forse tu - chiese l'uomo - il maestro che io cerco?"
"Sì, credo proprio di sì, anzi ti assicuro!"
Bene - disse l'uomo - e che hai da insegnarmi?"
"Nulla - disse il vecchio con un sorriso dolce sulle labbra - se non che un fiume non si cerca a vista, ma si porge l'orecchio per sentirne il flusso!"
Commento: Colui che non sente nel proprio cuore scorrere il fiume della verità e della divina Pace, è colui che crede, nella sua malizia di conoscere già il rumore che fa l'acqua, cosicché a colui che si aspetta il rumore di una fragorosa cascata, ecco che è un rigagnolo appena appena largo come una mano che canta la lode del Divino, e a colui che si aspetta un fiume, largo e quieto nel suo scorrere in pianura, ecco che è un saltellante torrente di montagna a far le veci della voce dell'Altissimo Signore!
Perché, chi ascolta con le orecchie si accontenta di ascoltare il canto che forgiarono i suoi vecchi, credendo nel modificarlo di esser nuovo, ma chi ascolta con il cuore, il cuore, non può riferire ciò che ascolta perché, su questa terra, non esiston parole!
giovedì 24 febbraio 2011
lunedì 7 febbraio 2011
10 Storia sul senso di colpa
Si racconta la storia di un monaco che andava tutti i giorni a confessare al priore le proprie mancanze, accusandosene con un ostentato spirito di colpevolezza, e attendendo da quel superiore dure penitenze o aspre parole di rimprovero.
Ogni volta il priore rispondeva: "Non puoi aver rimorso per le formiche che pesti camminando."
Il discepolo trasaliva sempre a queste parole come se il suo vecchio maestro stesse dicendo un'eresia.
E fu così che un giorno prese coraggio e gli disse: "Certo io non mi sento in colpa per le formiche che pesto, camminando, perché non le vedo, ma quando io agisco, ragiono e scelgo e, dunque so! La cosa non vi pare un po' diversa?"
"Questo è il tuo guaio." Rispose il priore.
"Quale?" Chiese l'allievo.
"Che tu ancora creda di vedere e di sapere!" rispose il maestro.
"Allora - chiese l'allievo - volete forse insinuare che il senso di colpa non ha ragione d'essere?"
"No - disse il priore - io non lo insinuo, ma lo asserisco!"
E dopo un lungo silenzio il vecchio priore spiegò: "Quando un cieco ha riavuto la vista, sta forse a sentirsi in colpa per tutti i fossi in cui, da cieco era caduto, oppure, col cuore pieno di gratitudine, meraviglia e stupore, va spedito, senza più dover stare attento a non cadere, poiché vedendo, questo gli sarà solo naturale? Che posto può avere, in un cuore del genere il senso di colpa? Se, senso di colpa c'è, è solo nella stolta malizia di colui che, ancora cieco, si ripropone ad ogni passo di non cadere più, ma non con l'intenzione di vederci chiaro, per fare ciò, bensì soltanto per evitare gli acciacchi che la caduta stessa gli arreca!"
Commento: La colpa è un giudizio morale e il senso dell'errore è il lucido guardare di colui che vede!
Ciò che dovete impegnarvi a fare è essere attenti a vedere, non vivere in un buco stretto e pauroso di colpe e di timori, di sacri strali, perché se uno strale si conficca nella carne, certo non è Dio a mandarlo, ma è la freccia che l'arco del giudizio, teso dalla scaltra mente, ha lasciato andare.
sabato 22 gennaio 2011
9 Storia del maestro che non è virtuoso come dovrebbe essere.
Un giorno un discepolo chiese al suo maestro: "Maestro com'è che voi non siete virtuoso e casto e giusto come dovrebbe essere un vero illuminato, un saggio?
Il maestro che vi precedette era uomo di autentica virtù poiché mai nulla fece per cui potesse essere ripreso ma, non so spiegarmi come, non era egli un uomo di pace.
Non so che dirvi e come, ma questo fu ciò che sentii sempre quando sedevo accanto a lui.
Come se ci fosse un ardore non sopito, un che di combattivo, una lotta, un duello, tra chi e chi io non saprei dirvi, ma questo sentivo sempre presente in seno a quell'uomo.
Dunque ciò che emanava dal suo volto era severità, giustizia, una saggezza oscura, non pace.
Voi siete l'opposto, che io mi accorsi presto, non siete davvero un modello di virtù; cadete ancora preda di baldanzose ire, siete attirato da qualche bella donna e non disdegnate bere, quando la nostra regola in realtà lo vieta.
Ma di nuovo qui non so che dirvi come voi spandiate intorno a voi soave pace e ogni vostra parola placa il cuore e non alza inganni."
"Ah! - disse il maestro - e perché allora stai qui con un uomo come me che non ha virtù di santità?"
"Ma io non saprei. Certo ciò che mi prende il cuore è molto più la pace che irradiate; quella io non conosco e vorrei conoscere poiché, vedete, le cose in cui sbagliate io le riconosco e dunque esse non mi fanno danno!
Dunque ho concluso che sono molto più attratto da ciò che avete voi, piuttosto che dal restare accanto ad un uomo saggio che non farà mai una pazzia. Ma a questo punto io non mi raccapezzo più: non serve di più seguir la regola e la divina legge piuttosto che essere come voi?"
"Vedi - rispose pacatamente il maestro - io penso che così vada la vita, che in natura esistono due specie di tarantole: quelle che pensano che il loro veleno sia un problema e dunque cercano in buona fede, seguendo, dicono, la divina legge e l'unità, cercano di ammaestrare il loro veleno a diventare innocuo e si trattengono dall'espanderlo per paura di fare danni; così in loro il veleno, che è naturalmente prodotto, ad un certo punto si dilata ed espande ed esse spandono intorno a sé ciò che il veleno corrode dei loro visceri inquieti. Ci sono poi tarantole che non fanno del loro veleno un problema e non piangono mai sulle carogne che esso ha fatto."
Sapeva il maestro che a quelle parole il discepolo o si sarebbe illuminato o sarebbe andato via inorridito.
E così fu che il discepolo disse: "Troppo forti e audaci son queste tue parole e io non credo che così, invero, vada la vita, perciò ti lascio".
Si ritirò così da solo su di un monte lì vicino, calato in un penoso e triste affanno perché non sapeva più cosa pensare, non aveva più riferimenti e quel paragone delle tarantole gli oscurava il cuore.
Fu così che un giorno un vecchio che veniva da lontano e stava andando ad incontrare il maestro del nostro discepolo, poiché quel maestro era considerato un saggio, sostò dal discepolo.
Il vecchio sapeva della storia tra il maestro e il discepolo che lo aveva ospitato nella sua capanna, ma non proferì parola.
Ringraziò del pasto e del giaciglio e vedendo sempre scuro e triste quell'ospite squisito, prima di ripartire disse: "Le nuvole si stanno addensando e corrono davvero basse e temo che una tempesta mi colga per strada facendomi, per la mia età, gran danno."
"E che danno vuoi che ti faccia? - chiese il discepolo - Credi forse d'esser quel corpo che morirà per un po' di pioggia?"
"Ah! - disse il vecchio - allora io mi sbagliavo, che tu non credi che la tempesta sia una cattiva cosa!"
A queste parole il discepolo fu illuminato."
Il maestro che vi precedette era uomo di autentica virtù poiché mai nulla fece per cui potesse essere ripreso ma, non so spiegarmi come, non era egli un uomo di pace.
Non so che dirvi e come, ma questo fu ciò che sentii sempre quando sedevo accanto a lui.
Come se ci fosse un ardore non sopito, un che di combattivo, una lotta, un duello, tra chi e chi io non saprei dirvi, ma questo sentivo sempre presente in seno a quell'uomo.
Dunque ciò che emanava dal suo volto era severità, giustizia, una saggezza oscura, non pace.
Voi siete l'opposto, che io mi accorsi presto, non siete davvero un modello di virtù; cadete ancora preda di baldanzose ire, siete attirato da qualche bella donna e non disdegnate bere, quando la nostra regola in realtà lo vieta.
Ma di nuovo qui non so che dirvi come voi spandiate intorno a voi soave pace e ogni vostra parola placa il cuore e non alza inganni."
"Ah! - disse il maestro - e perché allora stai qui con un uomo come me che non ha virtù di santità?"
"Ma io non saprei. Certo ciò che mi prende il cuore è molto più la pace che irradiate; quella io non conosco e vorrei conoscere poiché, vedete, le cose in cui sbagliate io le riconosco e dunque esse non mi fanno danno!
Dunque ho concluso che sono molto più attratto da ciò che avete voi, piuttosto che dal restare accanto ad un uomo saggio che non farà mai una pazzia. Ma a questo punto io non mi raccapezzo più: non serve di più seguir la regola e la divina legge piuttosto che essere come voi?"
"Vedi - rispose pacatamente il maestro - io penso che così vada la vita, che in natura esistono due specie di tarantole: quelle che pensano che il loro veleno sia un problema e dunque cercano in buona fede, seguendo, dicono, la divina legge e l'unità, cercano di ammaestrare il loro veleno a diventare innocuo e si trattengono dall'espanderlo per paura di fare danni; così in loro il veleno, che è naturalmente prodotto, ad un certo punto si dilata ed espande ed esse spandono intorno a sé ciò che il veleno corrode dei loro visceri inquieti. Ci sono poi tarantole che non fanno del loro veleno un problema e non piangono mai sulle carogne che esso ha fatto."
Sapeva il maestro che a quelle parole il discepolo o si sarebbe illuminato o sarebbe andato via inorridito.
E così fu che il discepolo disse: "Troppo forti e audaci son queste tue parole e io non credo che così, invero, vada la vita, perciò ti lascio".
Si ritirò così da solo su di un monte lì vicino, calato in un penoso e triste affanno perché non sapeva più cosa pensare, non aveva più riferimenti e quel paragone delle tarantole gli oscurava il cuore.
Fu così che un giorno un vecchio che veniva da lontano e stava andando ad incontrare il maestro del nostro discepolo, poiché quel maestro era considerato un saggio, sostò dal discepolo.
Il vecchio sapeva della storia tra il maestro e il discepolo che lo aveva ospitato nella sua capanna, ma non proferì parola.
Ringraziò del pasto e del giaciglio e vedendo sempre scuro e triste quell'ospite squisito, prima di ripartire disse: "Le nuvole si stanno addensando e corrono davvero basse e temo che una tempesta mi colga per strada facendomi, per la mia età, gran danno."
"E che danno vuoi che ti faccia? - chiese il discepolo - Credi forse d'esser quel corpo che morirà per un po' di pioggia?"
"Ah! - disse il vecchio - allora io mi sbagliavo, che tu non credi che la tempesta sia una cattiva cosa!"
A queste parole il discepolo fu illuminato."
mercoledì 5 gennaio 2011
8 Storia della catasta di legna che va a fuoco.
"Un giorno - inizia a raccontare il mio maestro - un saggio chiese a coloro che lo seguivano:
"Chi è colui che è più vicino a Dio?"
Le risposte furono quasi tutte ovvie e scontate: chi disse, colui che sa; chi aggiunse, colui che ama; chi azzardò, colui che prega; chi precisò, colui che fa la volontà del Padre!
Il saggio storceva la bocca ad ogni risposta e, quando fu nominato anche il Padre, chiese:
"E il figlio resta figlio o diverrà Padre?"
A questa domanda tutti tacquero per paura di cadere in un'eresia, quando un bimbetto, entrato di corsa nella stanza, senza dar segno di reverenza alcuna al saggio, disse:
"Correte, correte! La catasta di legno, vicina al fuoco, s'è fatta fuoco!!"
E il saggio, prima di uscire di corsa disse: "Fine della lezione."
Commento: "Solo Dio capisce Dio: fino a quando l'onda resta onda non può capire il mare, ma non c'è niente di meglio per l'onda che essere onda per capire il mare."
"Chi è colui che è più vicino a Dio?"
Le risposte furono quasi tutte ovvie e scontate: chi disse, colui che sa; chi aggiunse, colui che ama; chi azzardò, colui che prega; chi precisò, colui che fa la volontà del Padre!
Il saggio storceva la bocca ad ogni risposta e, quando fu nominato anche il Padre, chiese:
"E il figlio resta figlio o diverrà Padre?"
A questa domanda tutti tacquero per paura di cadere in un'eresia, quando un bimbetto, entrato di corsa nella stanza, senza dar segno di reverenza alcuna al saggio, disse:
"Correte, correte! La catasta di legno, vicina al fuoco, s'è fatta fuoco!!"
E il saggio, prima di uscire di corsa disse: "Fine della lezione."
Commento: "Solo Dio capisce Dio: fino a quando l'onda resta onda non può capire il mare, ma non c'è niente di meglio per l'onda che essere onda per capire il mare."
giovedì 23 dicembre 2010
7 Storia della nonna e del nipote.
C'era una volta una nonna che aveva un grosso guaio con il suo nipote più piccino. A letto quel bambino, non si capiva perché, ma non voleva andare. Dormiva dunque accoccolato assomigliando più ad una bestia che ad un cristiano. Il gatto di casa dormiva come lui sul nudo patimento della casa. Più volte la nonna aveva portato il piccino sopra il letto dopo che si era addormentato, ma lui in un gran sussulto si era svegliato e, piangendo come se lo avessero acciaccato, aveva fatto desistere la nonna dal riprovarci ancora.
Così andarono avanti le cose e il bimbo crebbe sempre nel suo modo strano di dormire, eppure crebbe sano, robusto e forte, e come tutti i bimbi della sua età intelligente.
La nonna, la cui età volgeva ormai all'ottantina, da molto tempo non aveva più alcun pensiero per quel nipote poiché a dire il vero, non considerava più una stranezza che quel bambino dormisse come i gatti.
Una notte si svegliò la nonna e avendo dimenticato il pitale fuori dell'uscio di casa, si alzò per andarlo a prendere e per far ciò dovette passare nella stanza del ragazzo.
Fu così che guardando senza intenzione alcuna, trovò il ragazzo nel letto addormentato.
Stranamente non provò nulla e andò per le sue faccende.
All'alba il ragazzo andò nei campi come sempre e tornato alla sera sua nonna gli domandò se ci fosse qualcosa di nuovo ed egli rispose:
"Quello che già sai"
"Intendi dire che ora dormi nel letto" Chiese la nonna.
"Sì - rispose il ragazzo - perché stanotte ti ho udita sprangare la porta e ripassare nella mia stanza."
Dopo un lungo silenzio il ragazzo disse:
"Sai quando ho capito che avrei dormito sul letto?
Quando ho compreso che non ti interessava più, che mi volevi bene così. Nipote strano per te non ero più, e il tuo cuore faceva uno con il mio nel non considerar come diversa o folle o peggio colpevole o solo da mutar questa mia necessità".
"Era una necessità?" chiese la nonna
"Sì, cos'altro credevi che fosse, forse un capriccio o un malanno?"
"Sì, così ho creduto a lungo" disse la nonna.
"Lo so voi genitori e voi maestri, dato che insegnate avendo in testa come deve essere un figlio o un allievo non riuscite neanche a riconoscere in colui che vi nasce in seno o vi è affidato, la sacra diversità che lo fa invero colui che doveva essere e sarà, pensando che quella cosa che lo rende a voi alieno sia solo un capriccio, un peccato, una mancanza di buona lena, un guaio.
Certo era una necessità affinché io accogliendo con grazia e umiltà nel mio cuore questa strana posizione che il mio corpo voleva e di cui abbisognava, aprissi con essa il mio cuore all'intera vita qual essa in me si voglia vivere e rappresentare senza che il giudizio, ahimè, morale ne adombrasse la sacralità del gioco".
"Stanotte tornerai?" chiese la nonna.
"Strano davvero è l'umano cuore! Nemmeno di una notte foss'anche solo quella, ti accontenteresti?"
"No, qui ti sbagli tu, che qualcosa anch'io l'ho imparato e non sono davvero più contenta se tu dormi qui o là.
Stanotte un angelo di Dio nel sonno mi ha parlato e mi ha detto: "Nonna, non amare di più il tuo piccino se ora lo troverai a letto. Non lo blandire come non avresti dovuto per questo spronarlo a cambiare o per questo maledire, che davvero nulla ha senso se non di per sé, per quel che muove nel cuore di ogni uomo, poiché, vedi, anche come dormi tu a noi angeli fa davvero tanto ridere.
Vedi, noi che siamo angeli dormiamo in piedi sulle nubi d'oro del mattino in quell'unico attimo in cui il cuore dell'uomo si desta dal sonno e l'ego astuto giunge a dire 'ecco son desto, ecco una nuova giornata tutta per me'.
In quel momento solo, noi sulle nubi dorate del mattino chiudiamo gli occhi al sonno perché Dio così vuole affinché noi non ci intromettiamo nel gioco dell'umano potere e dell'umano inganno.
E poi dopo che quel comando che getta nell'illusione l'intero giorno è stato dato, ecco noi apriamo gli occhi e torniamo a fare il nostro dovere all'insaputa dell'ego che si è imposto e s'è dettato re delle azioni tutte, e delle dolci astuzie della vita."
Così andarono avanti le cose e il bimbo crebbe sempre nel suo modo strano di dormire, eppure crebbe sano, robusto e forte, e come tutti i bimbi della sua età intelligente.
La nonna, la cui età volgeva ormai all'ottantina, da molto tempo non aveva più alcun pensiero per quel nipote poiché a dire il vero, non considerava più una stranezza che quel bambino dormisse come i gatti.
Una notte si svegliò la nonna e avendo dimenticato il pitale fuori dell'uscio di casa, si alzò per andarlo a prendere e per far ciò dovette passare nella stanza del ragazzo.
Fu così che guardando senza intenzione alcuna, trovò il ragazzo nel letto addormentato.
Stranamente non provò nulla e andò per le sue faccende.
All'alba il ragazzo andò nei campi come sempre e tornato alla sera sua nonna gli domandò se ci fosse qualcosa di nuovo ed egli rispose:
"Quello che già sai"
"Intendi dire che ora dormi nel letto" Chiese la nonna.
"Sì - rispose il ragazzo - perché stanotte ti ho udita sprangare la porta e ripassare nella mia stanza."
Dopo un lungo silenzio il ragazzo disse:
"Sai quando ho capito che avrei dormito sul letto?
Quando ho compreso che non ti interessava più, che mi volevi bene così. Nipote strano per te non ero più, e il tuo cuore faceva uno con il mio nel non considerar come diversa o folle o peggio colpevole o solo da mutar questa mia necessità".
"Era una necessità?" chiese la nonna
"Sì, cos'altro credevi che fosse, forse un capriccio o un malanno?"
"Sì, così ho creduto a lungo" disse la nonna.
"Lo so voi genitori e voi maestri, dato che insegnate avendo in testa come deve essere un figlio o un allievo non riuscite neanche a riconoscere in colui che vi nasce in seno o vi è affidato, la sacra diversità che lo fa invero colui che doveva essere e sarà, pensando che quella cosa che lo rende a voi alieno sia solo un capriccio, un peccato, una mancanza di buona lena, un guaio.
Certo era una necessità affinché io accogliendo con grazia e umiltà nel mio cuore questa strana posizione che il mio corpo voleva e di cui abbisognava, aprissi con essa il mio cuore all'intera vita qual essa in me si voglia vivere e rappresentare senza che il giudizio, ahimè, morale ne adombrasse la sacralità del gioco".
"Stanotte tornerai?" chiese la nonna.
"Strano davvero è l'umano cuore! Nemmeno di una notte foss'anche solo quella, ti accontenteresti?"
"No, qui ti sbagli tu, che qualcosa anch'io l'ho imparato e non sono davvero più contenta se tu dormi qui o là.
Stanotte un angelo di Dio nel sonno mi ha parlato e mi ha detto: "Nonna, non amare di più il tuo piccino se ora lo troverai a letto. Non lo blandire come non avresti dovuto per questo spronarlo a cambiare o per questo maledire, che davvero nulla ha senso se non di per sé, per quel che muove nel cuore di ogni uomo, poiché, vedi, anche come dormi tu a noi angeli fa davvero tanto ridere.
Vedi, noi che siamo angeli dormiamo in piedi sulle nubi d'oro del mattino in quell'unico attimo in cui il cuore dell'uomo si desta dal sonno e l'ego astuto giunge a dire 'ecco son desto, ecco una nuova giornata tutta per me'.
In quel momento solo, noi sulle nubi dorate del mattino chiudiamo gli occhi al sonno perché Dio così vuole affinché noi non ci intromettiamo nel gioco dell'umano potere e dell'umano inganno.
E poi dopo che quel comando che getta nell'illusione l'intero giorno è stato dato, ecco noi apriamo gli occhi e torniamo a fare il nostro dovere all'insaputa dell'ego che si è imposto e s'è dettato re delle azioni tutte, e delle dolci astuzie della vita."
sabato 18 dicembre 2010
6 Storia del mulo che credeva d'essere un cavallo.
Che cos'è il male?
C'era una volta un mulo che credeva d'essere un cavallo, tanto e fiero e bello era il suo aspetto, non fosse stato che per gli zoccoli che ahimè, eran zoccoli di mulo e così i garretti poco sottili e poco nobili e gentili.
In questo suo credersi un cavallo un giorno un dubbio in verità lo colse, mentre abbeverandosi a tarda sera dopo i lavori nei campi, si vide accanto il cavallo del padrone.
Non gli sembrava d'essere poi tanto diverso ma qualcosa che non capiva lo tormentava.
Risolse il problema pensando che forse quel cavallo aveva qualche difetto e sicuramente non era in salute ché il fattore lo faceva faticare poco e lo strigliava molto.
Doveva dunque essere malato, pensò, proprio uno strano cavallo.
Il dubbio così cadde ma invecchiando e vedendo altri cavalli per la strada, ecco che si creò nella sua testa una strana ossessione: "Ho paura, che son vecchio ormai e alla fine dei miei anni, di morire, e che quelli di là quando arrivo per via di questi miei garretti mi prendan per un mulo, che da un po' di tempo mi è venuta quest'idea, avendo visto un giorno un animale che mai avevo visto prima e che tutto mi assomigliava, vicino ad un uomo che parlando con il mio padrone diceva - il mio mulo, il mio mulo -.
Ecco quale triste sorte è mai la mia che per questi zoccoli appena un po' pesanti e questi garretti meno sottili, io nell'aldilà non sia messo, in una deliziosa stalla a riposare, sì, ma fra dei muli, io che sono un cavallo".
L'unico male che io conosca è non conoscere ciò che si è realmente. Questo l'unico peccato padre di tutti i pianti e i guai del mondo.
C'era una volta un mulo che credeva d'essere un cavallo, tanto e fiero e bello era il suo aspetto, non fosse stato che per gli zoccoli che ahimè, eran zoccoli di mulo e così i garretti poco sottili e poco nobili e gentili.
In questo suo credersi un cavallo un giorno un dubbio in verità lo colse, mentre abbeverandosi a tarda sera dopo i lavori nei campi, si vide accanto il cavallo del padrone.
Non gli sembrava d'essere poi tanto diverso ma qualcosa che non capiva lo tormentava.
Risolse il problema pensando che forse quel cavallo aveva qualche difetto e sicuramente non era in salute ché il fattore lo faceva faticare poco e lo strigliava molto.
Doveva dunque essere malato, pensò, proprio uno strano cavallo.
Il dubbio così cadde ma invecchiando e vedendo altri cavalli per la strada, ecco che si creò nella sua testa una strana ossessione: "Ho paura, che son vecchio ormai e alla fine dei miei anni, di morire, e che quelli di là quando arrivo per via di questi miei garretti mi prendan per un mulo, che da un po' di tempo mi è venuta quest'idea, avendo visto un giorno un animale che mai avevo visto prima e che tutto mi assomigliava, vicino ad un uomo che parlando con il mio padrone diceva - il mio mulo, il mio mulo -.
Ecco quale triste sorte è mai la mia che per questi zoccoli appena un po' pesanti e questi garretti meno sottili, io nell'aldilà non sia messo, in una deliziosa stalla a riposare, sì, ma fra dei muli, io che sono un cavallo".
L'unico male che io conosca è non conoscere ciò che si è realmente. Questo l'unico peccato padre di tutti i pianti e i guai del mondo.
sabato 11 dicembre 2010
5 Storia del cuore come specchio
C'era una volta un bambino nato cieco a cui i genitori avevano insegnato a render grazie del suo difetto sempre e ovunque, a render grazie di ciò che invero lui in cuor suo considerava una disgrazia, ma che, come dicevano i genitori, doveva da lui stesso invece essere considerata una grazia e una dolce distinzione della vita, una prova ardua ma per questo gradita della vita.
Passò il tempo e il bambino crebbe e fu un ragazzo dal cuore triste e torvo che di nascosto ovviamente da tutti, doveva nutrire i suoi peccaminosi pensieri, nascondendoli, per paura che qualcuno anche senza che lui li esprimesse a parole, sedendosi a lui accanto, li sentisse agitarsi nella sua mente e palpitare nel suo povero cuore.
I genitori facevano di tutto per renderlo felice non perdendo occasione per fargli notare come la sua diversità fosse lode a Dio perché sempre foriera di una qualche possibilità a distinguersi dagli altri, foss'anche solo per essere più riflessivo e solitario dei suoi compagni che, ignari della vita, schiamazzavano per l'intero giorno nei vicini cortili. Ed egli accoglieva queste parole come si accoglie un pugno in petto, con la pesantezza di una malanno, di un accidente, di una maledizione, che diceva e pensava: "Me ne importa molto di stare qui a sentire mia madre che cucendo racconta fiabe per me, io vorrei leggere cose diverse, non so neanche quanti e quali libri ci sono al mondo, per di più invece vorrei proprio correre e vociare come sento fanno i ragazzi della mia età".
Così, in questo odio fosco verso se stesso e la propria disgrazia, si apriva il suo cuore alla vita.
Era una stupenda giornata di aprile e lui se ne stava seduto come sempre nelle giornate più calde, contro il muro di casa. Stava sentendo il suo cuore parlare le solite parole di odio e di disperazione, quando in quel frastuono minaccioso sentì un passero cinguettare da un vicino ramo. Seguì con l'udito il suono e realizzò che doveva essere piccino e a pochi passi e sui rami più bassi, che ben distintamente lo ascoltava. Si lasciò rapire da quel canto inconsueto e dolce e chiuse la porta al cuore, foriero di tutti quei pensieri. Aprì tutto se stesso a quel canto dolce, a quel suono che sembrava più armonioso dell'organo che sempre sentiva in chiesa.
Non seppe come e quanto tempo passò perché d'un tratto, come se avesse dormito, si destò al nuovo rumore che lo distrasse ed era il rumore di un carro che passava sulla strada. Gli veniva appresso un contadino che bestemmiava a gran voce la sua sorte.
Aprì spaventato il ragazzo la porta al proprio cuore che gli era sembrato per un lungo tempo d'esser fuggito da sé, uscito da se stesso e in un mondo strano davvero d'essere finito. Aprì la porta al cuore per riprendere le antiche fantasie e gli antichi lamenti e le proprie bestemmie che gli ricordavano tanto quelle dell'uomo del carro, ma non riusciva a sentire altro che quell'uccello cantare e cantare.
Si spaventò e si drizzò come ad essere più attento, e si toccò anche il volto e le mani per sentire se ancora fossero vivi poiché sentiva solo più cantare e cantare quell'uccello. Allora corse in avanti come a fuggire da quella maledizione, da quell'incantesimo e battè la testa contro l'albero su cui era l'uccello. Volò via questo spaventato e zitto. E tornò d'un tratto il silenzio.
"Che mi succede?" domandò il ragazzo.
E sentì il cuore rispondere con calma:
"Hai sognato d'essere un uccello che cantava e così io ho seguito il tuo sogno, ché sempre il cuore segue i sogni degli uomini".
"E prima?" chiese il ragazzo.
"Prima sognavi e pretendevi d'essere un ragazzino sfortunato e triste e assai adirato con se stesso e con la vita. Volevi essere la maledizione di te stesso ed io con te maledicevo."
"Come - disse il ragazzo - il cuore forse lo comando io?"
"No non è proprio così, che il cuore certo non ti appartiene, ma tu puoi riempirlo a comando di cosa vuoi, puoi tu farlo adirare ed egli s'adira o lasciarlo nella pace ed allora così sarà".
"Ma io credevo il contrario e che fossi tu a parlarmi con tutto quell'odio nel buio dei miei giorni".
"Davvero hai potuto credere questo, e perché?"
"Perché le parole e l'impeto mi sembrava proprio di lì provenissero e sgorgassero".
"Non è affatto così - riprese il cuore - che il cuore è il centro del divino e mai da tali pensieri può essere colpito, ma l'uomo che nella propria mente ripone tutta la fiducia, agita questa in mille congetture e organizza con essa mille guai e mille pretese, che la mente mai sazia si lancia in tranelli sopraffini e sempre richiede e aizza l'intervento del cuore. Il cuore pare assecondare, poiché non può essendo puro amore opporre una lotta, come Cristo si lascia dai chiodi trapassare e trafiggere e sputare.
Ma il cuore non è corruttibile e resta solo uno specchio fedele di ciò che accade nella mente dell'uomo, cosicché questi guardandosi anche nelle sue profonde meditazioni, il cuore, non s'accorge dell'inganno e vi vede riflesso tutto il proprio volere, il proprio piacere e il proprio entusiasmo e le proprie brame, e dunque pensa che veramente lì tutte quelle cose risiedano, come tu hai creduto lì risedesse tutto quell'odio. Così ognuno piange di se stesso e pregando e infliggendosi dure penitenze, cerca di "mutare il cuore".
Sciocco e stolto colui che cade in questo tranello poiché non sa che il cuore è uno, puro e indivisibile e intoccabile e riflette solo, come uno specchio terso, ciò che la mente dell'uomo gli manda.
Che cosa mutare e chi?"
Passò il tempo e il bambino crebbe e fu un ragazzo dal cuore triste e torvo che di nascosto ovviamente da tutti, doveva nutrire i suoi peccaminosi pensieri, nascondendoli, per paura che qualcuno anche senza che lui li esprimesse a parole, sedendosi a lui accanto, li sentisse agitarsi nella sua mente e palpitare nel suo povero cuore.
I genitori facevano di tutto per renderlo felice non perdendo occasione per fargli notare come la sua diversità fosse lode a Dio perché sempre foriera di una qualche possibilità a distinguersi dagli altri, foss'anche solo per essere più riflessivo e solitario dei suoi compagni che, ignari della vita, schiamazzavano per l'intero giorno nei vicini cortili. Ed egli accoglieva queste parole come si accoglie un pugno in petto, con la pesantezza di una malanno, di un accidente, di una maledizione, che diceva e pensava: "Me ne importa molto di stare qui a sentire mia madre che cucendo racconta fiabe per me, io vorrei leggere cose diverse, non so neanche quanti e quali libri ci sono al mondo, per di più invece vorrei proprio correre e vociare come sento fanno i ragazzi della mia età".
Così, in questo odio fosco verso se stesso e la propria disgrazia, si apriva il suo cuore alla vita.
Era una stupenda giornata di aprile e lui se ne stava seduto come sempre nelle giornate più calde, contro il muro di casa. Stava sentendo il suo cuore parlare le solite parole di odio e di disperazione, quando in quel frastuono minaccioso sentì un passero cinguettare da un vicino ramo. Seguì con l'udito il suono e realizzò che doveva essere piccino e a pochi passi e sui rami più bassi, che ben distintamente lo ascoltava. Si lasciò rapire da quel canto inconsueto e dolce e chiuse la porta al cuore, foriero di tutti quei pensieri. Aprì tutto se stesso a quel canto dolce, a quel suono che sembrava più armonioso dell'organo che sempre sentiva in chiesa.
Non seppe come e quanto tempo passò perché d'un tratto, come se avesse dormito, si destò al nuovo rumore che lo distrasse ed era il rumore di un carro che passava sulla strada. Gli veniva appresso un contadino che bestemmiava a gran voce la sua sorte.
Aprì spaventato il ragazzo la porta al proprio cuore che gli era sembrato per un lungo tempo d'esser fuggito da sé, uscito da se stesso e in un mondo strano davvero d'essere finito. Aprì la porta al cuore per riprendere le antiche fantasie e gli antichi lamenti e le proprie bestemmie che gli ricordavano tanto quelle dell'uomo del carro, ma non riusciva a sentire altro che quell'uccello cantare e cantare.
Si spaventò e si drizzò come ad essere più attento, e si toccò anche il volto e le mani per sentire se ancora fossero vivi poiché sentiva solo più cantare e cantare quell'uccello. Allora corse in avanti come a fuggire da quella maledizione, da quell'incantesimo e battè la testa contro l'albero su cui era l'uccello. Volò via questo spaventato e zitto. E tornò d'un tratto il silenzio.
"Che mi succede?" domandò il ragazzo.
E sentì il cuore rispondere con calma:
"Hai sognato d'essere un uccello che cantava e così io ho seguito il tuo sogno, ché sempre il cuore segue i sogni degli uomini".
"E prima?" chiese il ragazzo.
"Prima sognavi e pretendevi d'essere un ragazzino sfortunato e triste e assai adirato con se stesso e con la vita. Volevi essere la maledizione di te stesso ed io con te maledicevo."
"Come - disse il ragazzo - il cuore forse lo comando io?"
"No non è proprio così, che il cuore certo non ti appartiene, ma tu puoi riempirlo a comando di cosa vuoi, puoi tu farlo adirare ed egli s'adira o lasciarlo nella pace ed allora così sarà".
"Ma io credevo il contrario e che fossi tu a parlarmi con tutto quell'odio nel buio dei miei giorni".
"Davvero hai potuto credere questo, e perché?"
"Perché le parole e l'impeto mi sembrava proprio di lì provenissero e sgorgassero".
"Non è affatto così - riprese il cuore - che il cuore è il centro del divino e mai da tali pensieri può essere colpito, ma l'uomo che nella propria mente ripone tutta la fiducia, agita questa in mille congetture e organizza con essa mille guai e mille pretese, che la mente mai sazia si lancia in tranelli sopraffini e sempre richiede e aizza l'intervento del cuore. Il cuore pare assecondare, poiché non può essendo puro amore opporre una lotta, come Cristo si lascia dai chiodi trapassare e trafiggere e sputare.
Ma il cuore non è corruttibile e resta solo uno specchio fedele di ciò che accade nella mente dell'uomo, cosicché questi guardandosi anche nelle sue profonde meditazioni, il cuore, non s'accorge dell'inganno e vi vede riflesso tutto il proprio volere, il proprio piacere e il proprio entusiasmo e le proprie brame, e dunque pensa che veramente lì tutte quelle cose risiedano, come tu hai creduto lì risedesse tutto quell'odio. Così ognuno piange di se stesso e pregando e infliggendosi dure penitenze, cerca di "mutare il cuore".
Sciocco e stolto colui che cade in questo tranello poiché non sa che il cuore è uno, puro e indivisibile e intoccabile e riflette solo, come uno specchio terso, ciò che la mente dell'uomo gli manda.
Che cosa mutare e chi?"
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