martedì 27 marzo 2012

16 Storia della razza e del mare

Un giorno un pesce se ne andava nuotando tranquillo per il mare, quando incontrò una tartaruga gigante che con un gran colpo lo buttò contro la roccia, facendogli un gran male.
Pensò quel pesce di aver subito un danno, e allora andò dal dio del mare a raccontargli l'accaduto.
Il dio del mare non poteva essere visto perché era dio, ma tutti sapevano chi era e dove viveva.
Si diceva nel più antico annale della marina storia, che quel dio era un pesce, buono e solenne, perfetto nel suo essere e che viveva in una grotta senza mai uscire, e tutti si recavano all'imboccatura maliziosa e angusta di quella caverna, e lì dicevano i loro guai e chiedevano consigli.
Da questo pesce dio si diceva avesse avuto inizio il mondo marino; egli lo aveva creato!
Così il nostro pesce si recò là e disse la sua pena.
E il dio rispose:
"Tu devi perdonare, ciò ti procurerà una gioia ineffabile e, morto che sarai, ti sarà riservato un posto in questa grotta, qui accanto a me, tra stelle marine e conchiglie profumate e iridescenti, tra banchi di coralli e preziose perle!
Il pesce se ne andò via tutto tranquillo.
Giunse di lì a poco davanti alla fessura anche la tartaruga che voleva confessare la sua colpa, e la voce rispose:
"Pentiti, per questo tuo pentimento, la tua umiltà, giacché sei un animale così glorioso e grosso, sarà rinvigorita e tu non potrai che trarne vantaggio."
Così andavano le cose in quel mare, quando un giorno arrivò una magnifica razza che, con il suo ondeggiante dondolio, attirò l'attenzione di tutti. Pareva un magnifico esemplare in perfetta gioia e continuamente si sentivano per l'acqua le dolci melodie sommessamente create dai suoi regali movimenti, e la sua grazia nell'incedere tra spazi aperti e tenebrose grotte, era avvincente, così come i suoi occhi parevano smeraldi ammansiti senza nessuna ombra, né troppo fulgore.
Questo pesce, cominciarono a dirsi tutti, ha un segreto.
Fu così che il nostro pesciolino si interessò alla razza, domandandole il perché di tanta grazia, e quella semplicemente rispose:
"Perché so chi sono."
"Che cosa vuol dire?" Chiese il pesciolino.
"Se non comprendi, non serve che io ti spieghi." rispose la razza.
"Capisco - disse sprezzante il pesciolino - forse tu hai un rapporto di favore con il nostro dio."
"Dio? - chiese la razza - Quale dio?"
"Non conosci dio? E come fai a dire che sai chi sei se non sai neppure chi è il nostro dio, e di come egli ci abbia creato, sporgendoci fuori dalla sua mansueta bocca di pesce in bolle colorate, uno ad uno, dallo squalo al piccolo gambero, dalla conchiglia più ricca al corallo più prezioso?"
"Ah! - disse la razza - e l'acqua che qui c'è, e in cui noi nuotiamo, l'ha fatta pure lui?"
"Questo non sta scritto ... sicuramente è un mistero! Noi non possiamo capire - disse il pesciolino - ma sicuramente ogni cosa viene da lui."
"Ma se hai detto che è un pesce - osservò la razza - come faceva ad esistere da pesce prima dell'acqua?"
"Tu mi vuoi confondere! Egli è un pesce ma ... perfetto, non come noi, ha le branchie ma può non usarle!"
"Capisco - continuò la razza - arrivando invece io da un mulinello, avevo creduto un giorno d'essere nata per forza dalle onde e dal moto del mare, ma quando seppi da mia madre che semplicemente in quel mulinello d'acqua essa mi aveva partorito, cominciai a chiedermi da cosa tutto ciò che mi circonda e io stessa avessimo preso vita."
"E lo hai scoperto?"
"Sì, è il mare che non partorisce figli come una dea in calore, ma gioca di sua lena il gioco più convincente che un pesce possa giocare! Cosicché ogni pesce si prende per un pesce, elegge un pesce dio e continua, in quest'acqua dorata e sempre nuova, a pensare di nuotare e che l'acqua serva solo a quello!"
"E di grazia - chiese il pesciolino - a cosa può servire quest'acqua in cui siamo immersi?"
"A ben vedere in essa tu non sei immerso, ma di essa ti componi ed essa in te si esplicita qual che tu sei!
Perché - proseguì la razza - ho scoperto d'essere il mare, questa acqua dolce, immensa e perenne, e di sua stessa fonte alimentata, che gioca ad essere una razza, in un gioco cordiale e completo, così avvincente e sereno, che per poco non ci cascavo e non credevo così, che di essere una razza in una razza!"

sabato 18 febbraio 2012

15 Storia del maestro nato cieco

C'era una volta un re che voleva trovare Dio.
Dio, Dio, chi fosse questo Dio non lo sapeva, ma il cuore, quello lo spingeva a trovare questo Dio.
Non s'accontentò il re di ciò che gli veniva detto e, avendo sentito parlare di molte religioni e molti credo e di molti uomini di virtù e santità che si diceva che quel Dio avessero trovato, decise un giorno di riunir costoro davanti a sé, per sentire da loro chi fosse Dio.
Il numero di quei sapienti che sfilò di fronte al re fu tale che per giorni e giorni il sovrano non poté uscire dalle sue stanze e, sempre più pauroso e titubante e triste, ascoltava ormai con viva noia il tutto.
Sì, delle tante frasi ascoltate alcune avevano toccato il suo cuore come se da sempre le avesse attese e invero dunque, non così completamente ignote, ma ci voleva altro, pensava il re, perché a trovar Dio ci si doveva sentir ardere da fuoco o sublimare da una gioia senza uguali.
Ascoltò tutti e l'ultimo giorno si presentò a lui un vecchio secco come una canna e solo come un cane. Si diceva di costui che fosse un santo eremita di un vicino villaggio e che non avesse né sottoposti né seguaci, poiché coloro che con lui erano stati, poi, non si sapeva il perché, se ne erano andati.
Quest'uomo, quando fu davanti al re, salutò con un cenno del capo che chinò sul petto, portando le mani giunte dinanzi al proprio cuore e, fulmineo come il lampo per il caldo in un cielo d'estate, disse: "Sono nato cieco." e risoluto come era venuto se ne andò.
Sgomento il re pensò che vaneggiasse per l'età e che davvero poi non potesse essere tenuto in gran conto un saggio senza né scuole né chiese, né discepoli o seguaci a lui riconoscenti almeno per qualche grazia e così concluse il re che con quello tutto s'era chiuso e lui ne aveva tanto come prima non fosse stato per una quantità veramente inestimabile di libri dove ogni sapiente aveva detto: "qui troverai Dio".
Ma quella frase "sono nato cieco" tormentò il re, sempre presente e fresca come appena pronunciata, in tutti i giorni a venire.
Si decise così un giorno il re ad andare alla grotta di quel saggio e così, di nascosto, andò.
Giunto, lo trovò dopo lunghi tentativi semplicemente perché vide fuori di una grotta, sostare addosso alla parete, un sacco ed una canna. Entrò e il buio, solo quello, lo accolse così che il re cominciò a chiamare.
Nessuno gli rispose ma il re continuò a cercare e dopo un po', quando i suoi occhi si abituarono al buio, vide quell'uomo fermo, immobile, seduto con una grazia davvero inconoscibile al centro della grotta. "Salve" disse il re e si presentò.
L'uomo non alzò lo sguardo solo rispose con un cenno del capo come a dire: "Puoi parlare".
Il re allora gli domandò cosa volesse dire la frase che gli aveva detto.
"Se sei qui lo sai" rispose il saggio.
"Mi deridi forse - rispose il re - che se son qui anche un idiota capirebbe che è perché non so?"
"No - riprese il saggio - non è così. Tu non vuoi ancora sapere ma già sai".
"Allora grande sapiente - disse il re - perché di te si dicono cose da ignavo e che non fai miracoli e che pochi discepoli tu avesti che poi tutti ti abbandonarono, e che di questi due, di te più grandi, operano autentici miracoli nel curar la povera gente?"
"Ah! - disse il saggio - E perché, se di me sai tali cose, sei venuto oggi quassù?"
"Per sapere che vuol dire che sei nato cieco".
"E' perché tanta luce potrebbe abbagliarmi" rispose il vecchio.
"Ma se hai detto ora che sei nato cieco - disse il re - come potrebbe la luce farti questo, che poi se anche tu vedessi solo un po', qui non c'è che buio?"
"Ma dentro non è così"
"Dentro dove?" chiese il re.
"Davvero non lo sai ?" chiese il saggio.
"E poi -  aggiunse - io non ho detto che non vedo, ho detto solo che sono nato cieco".
"Questa è una terribile umiliazione per un re stare ad ascoltare un vecchio che vaneggia - riprese il re - ... ma sei cieco o non sei cieco?"
"Bisogna vedere tu cosa intendi per nascere - rispose il vecchio - se intendi venire a questo mondo allora tu ti sbagli che io per questo mondo e in questo mondo davvero non sono cieco, ma a questo mondo quando nacqui fui cieco. Comprendi?"
Si avvilì il re a quelle parole anche se, non sapeva come, qualcosa gli riusciva di comprendere, meglio, sentire, tanto questo modo insolito e nuovo di capire era diverso e lontano dal consueto giudizio della mente.
E in quel momento con una cadenza dolce ed armoniosa il saggio pronunciò queste parole: "Sette volte nacque un uomo e vedeva. L'ultima volta vedeva come un re, ma quando non vide più e fu cieco, finalmente vide".
Stettero a lungo in silenzio poi il re chiese: "Vide cosa?"
"Guarda" rispose il saggio e sospirò.
Il silenzio colmò ogni perplessità e indebolì con la sua grazia la luce vana e fioca della mente di quell'ostinato voler sapere e capire, che ci fa tutti inadeguate comparse di un grande sogno.
Si sentì poi un lieve calpestio e il re, aperti gli occhi, vide un giovane monaco avanzare nella grotta, inchinarsi davanti al vecchio e a lui e poi sedersi accanto a loro.
Passò del tempo in cui nessuno proferì parola poi il vecchio disse al monaco: "Ho saputo che fai miracoli e operi vere guarigioni, Perché non mi hai detto nulla, io che sono il tuo maestro?"
Dopo un attimo di silenzio che parve al re un'eternità il giovane rispose: "Perché il mio maestro già lo sa".
S'inchinò davanti al monaco il saggio e con un sorriso dolce, luminoso e quieto disse rivolto al re: "E già, egli lo sa"

venerdì 20 gennaio 2012

14 Storia del boa, del pitone e del serpente minore

Un giorno un boa si incontrò con un pitone. Entrambi desideravano di conoscere Dio ma le loro idee su questo dio erano alquanto diverse, così decisero di ritirarsi in meditazione per scoprire chi dei due fosse più vicino alla verità.
Mentre erano ritirati in preghiera, ecco che passò di lì un serpente di quelli minori che non fanno storia nella foresta e, sbadigliando, disse: "Oggi ho concluso il cammino che mi hai indicato. Domani, come sempre, svegliami tu!"
Lo udirono i due serpenti e si chiesero se colui stesse veramente parlando con dio. Così lo avvicinarono e glielo chiesero.
Il serpente minore rispose tranquillamente che lui aveva imparato quella preghiera da suo nonno e così, ogni giorno, al calar del sole la recitava. Non sapeva come, ma funzionava sempre perché ogni sera arrivava dove Lui voleva e ogni mattina sapeva dove Lui voleva che andasse.
"E come fa a dirtelo?" chiesero stupiti il boa e il pitone.
"Ma è proprio questo il bello, Lui non me lo dice!"

lunedì 29 agosto 2011

13 Storia del monaco che ha paura degli elefanti.

Si racconta di un priore che un giorno chiamò a colloquio un suo discepolo, perché costui non pareva far tesoro di nulla, né della pratica, né della lettura degli antichi testi sacri, di nulla, dicevamo, che non fosse la sua paura.
Il discepolo aveva una gran paura degli elefanti, e siccome nel paese dove abitava di elefanti se ne vedevano in ogni dove, poiché erano usati per i lavori dei campi, ecco che lui non aveva più voluto uscir di casa.
Veniva già, quel discepolo, da un altro monastero dove il priore, che se l'era preso caro, era morto senza poter risolvere quella paura.
Giunto che fu il discepolo, davanti al suo nuovo priore, ecco che questi gli domandò:
"Come sta la tua paura?"
Il discepolo non poté non rispondere che, fino a quando restava entro le mura del monastero, riusciva ad avere un po' di pace, ma se soltanto gli si chiedeva di andare oltre il muro di cinta, a lavorar nei campi, ecco che cadeva preda di un panico davvero incontenibile.
A queste parole il priore chiese come avesse affrontato il problema con il suo predecessore.
"Invero - disse il discepolo - quel priore iniziò col farmi prendere mentalmente confidenza con gli elefanti, dicendomi di non temerli, perché avrei saputo domarli, ma, ahimè, non fu così, ché io non risultai davvero bravo in quell'intento.
Fu così - proseguì il discepolo - che il vostro predecessore pensò bene di farmi domare animali più piccoli. Si iniziò dai topi e poi dai gatti, fino alle tigri e quindi ai terribili elefanti."
"E come andò?" chiese il priore.
"Peggio che mai - iniziò col dire il discepolo - ché io così mi accorsi che temevo anche tutti quegli animali!"
"Capisco! - disse il priore - E il timore, quando ti veniva?"
"Non appena comparivano nella mia mente gli animali!" rispose quel discepolo, pensando che la domanda era davvero inutile e sciocca!
"Eh già! - rispose il priore - forse non doveva farteli domare! Ma adesso tu hai trovato la tua fortuna, ché io sono un buon domatore di felini e di elefanti, e non disdegno i topi, per cui, ecco risolto il tuo problema!"
Guardò incredulo e con riconoscenza, quel principiante, il suo priore e gli domandò quando avrebbe fatto ciò che aveva promesso.
"Mah! - disse il priore - direi domani, visto che oggi non vedo tu ti sia portato appresso alcun animale da domare!
Vieni domattina e portali tutti qui, io li domerò!"
Commento: La paura è un giudizio e, come tale, ve lo portate appresso. Dunque non sono luoghi lontani, o la malattia, o la morte, o aerei, o persone, o cose a farvi paura, ma è ciò che la vostra mente di quelle cose pensa, giudica, conclude. Se la vostra mente fosse vergine e vuota, ciò non accadrebbe e voi ridereste davvero di tanto sciocco timore.

venerdì 4 marzo 2011

12 Storia delle tarantole

Un giorno un discepolo chiese al suo maestro: "Maestro com'è che voi non siete virtuoso e casto e giusto come dovrebbe essere un vero illuminato, un saggio?
Il maestro che vi precedette era uomo di autentica virtù poiché mai nulla fece per cui potesse essere ripreso ma, non so spiegarmi come, non era egli un uomo di pace.
Non so che dirvi e come, ma questo fu ciò che sentii sempre quando sedevo accanto a lui.
Come se ci fosse un ardore non sopito, un che di combattivo, una lotta, un duello, tra chi e chi io non saprei dirvi, ma questo sentivo sempre presente in seno a quell'uomo.
Dunque ciò che emanava dal suo volto era severità, giustizia, una saggezza oscura, non pace.
Voi siete l'opposto, che io mi accorsi presto, non siete davvero un modello di virtù; cadete ancora preda di baldanzose ire, siete attirato da qualche bella donna e non disdegnate bere, quando la nostra regola in realtà lo vieta.
Ma di nuovo qui non so che dirvi come voi spandiate intorno a voi soave pace e ogni vostra parola placa il cuore e non alza inganni."
"Ah! - disse il maestro - e perché allora stai qui con un uomo come me che non ha virtù di santità?"
"Ma io non saprei. Certo ciò che mi prende il cuore è molto più la pace che irradiate; quella io non conosco e vorrei conoscere poiché, vedete, le cose in cui sbagliate io le riconosco e dunque esse non mi fanno danno!
Dunque ho concluso che sono molto più attratto da ciò che avete voi, piuttosto che dal restare accanto ad un uomo saggio che non farà mai una pazzia. Ma a questo punto io non mi raccapezzo più: non serve di più seguir la regola e la divina legge piuttosto che essere come voi?"
"Vedi - rispose pacatamente il maestro - io penso che così vada la vita, che in natura esistono due specie di tarantole: quelle che pensano che il loro veleno sia un problema e dunque cercano in buona fede, seguendo, dicono, la divina legge e l'unità, cercano di ammaestrare il loro veleno a diventare innocuo e si trattengono dall'espanderlo per paura di fare danni; così in loro il veleno, che è naturalmente prodotto, ad un certo punto si dilata ed espande ed esse spandono intorno a sé ciò che il veleno corrode dei loro visceri inquieti. Ci sono poi tarantole che non fanno del loro veleno un problema e non piangono mai sulle carogne che esso ha fatto."
Sapeva il maestro che a quelle parole il discepolo o si sarebbe illuminato o sarebbe andato via inorridito.
E così fu che il discepolo disse: "Troppo forti e audaci son queste tue parole e io non credo che così, invero, vada la vita, perciò ti lascio".
Si ritirò così da solo su di un monte lì vicino, calato in un penoso e triste affanno perché non sapeva più cosa pensare, non aveva più riferimenti e quel paragone delle tarantole gli oscurava il cuore.
Fu così che un giorno un vecchio che veniva da lontano e stava andando ad incontrare il maestro del nostro discepolo, poiché quel maestro era considerato un saggio, sostò dal discepolo.
Il vecchio sapeva della storia tra il maestro e il discepolo che lo aveva ospitato nella sua capanna, ma non proferì parola.
Ringraziò del pasto e del giaciglio e vedendo sempre scuro e triste quell'ospite squisito, prima di ripartire disse: "Le nuvole si stanno addensando e corrono davvero basse e temo che una tempesta mi colga per strada facendomi, per la mia età, gran danno."
"E che danno vuoi che ti faccia? - chiese il discepolo - Credi forse d'esser quel corpo che morirà per un po' di pioggia?"
"Ah! - disse il vecchio - allora io mi sbagliavo, che tu non credi che la tempesta sia una cattiva cosa!"
A queste parole il discepolo fu illuminato."

giovedì 24 febbraio 2011

11 Storia dell'uomo indolente che cerca la verità.

11 Storia dell'uomo indolente che cerca la verità.

Se ne andava un giorno un uomo indolente che quasi tutto il suo paese aveva girato, cercando in ogni dove un maestro, un saggio che lo potesse istruir sulla verità, ma che invero non aveva ancor trovato.
Il primo suo maestro lo istruì sul bene e tutto gli disse di ciò che era bene e giusto fare per diventare una vera, rara, santità.
Il giovane iniziò così a professare il bene, azzittì il suo cuore in quel credo, e s'accontentò di vivere di radici dietro a quel vecchio, ostinato nella propria bontà.
Ma venne un tempo in cui, con grande tumulto, passarono su quelle terre i soldati del re e ivi portarono morte e distruzione e trascinando dietro a sé vari schiavi, lasciarono per le vie morti e malati, e per le campagne bimbi spersi e piangenti, e vecchi inoperosi senza speme.
Incontrò sul far del giorno il nostro giovane un vecchio con un bimbo ancor di latte in braccio e, vedutolo, quel vecchio fece appena in tempo a consegnargli quel prezioso fardello, prima di spirare.
Tornato alla capanna, il   maestro lo vide e gli chiese:
"Chi è quel bimbo che ti porti in braccio?"
"Un bimbo che cerca ancora le mammelle di sua madre, mi ha consegnato prima di morire un vecchio, stamattina sul limitar del bosco. Che devo fare?"
"Da te ti sei cacciato in questo guaio, da te risolvilo, ché io non so davvero cosa sia bene o male in questo caso, solo segui il cuore."
"Se seguo il mio cuore, o buon maestro, vado in città e porto il bimbo ad una nutrice."
"E dunque sia" rispose il maestro.
Ma giunto in città, fu difficile trovare una casa che ancora fosse in piedi, non arsa dal fuoco, e pochissimi ormai erano gli abitanti.
Il bimbo ormai piangeva senza sosta e il giovane si decise di cercare una mucca o una capra per un po' di latte, ma mentre prendeva una capra che passava, si imbattè nell'esercito nemico che prese lui, la capra e il piccino.
Il nostro giovane fu così condotto prigioniero di accampamento in accampamento, dietro a quei soldati che mai seppe amare.
Fu così che un giorno, approfittando di una grossolana distrazione del suo carceriere, il giovane fuggì nella foresta e si mise subito in cammino per ritrovare il vecchio maestro. Ma giunto che fu, dopo lunghe settimane al capanno, trovò il maestro morto.
Il giovane pianse amaramente la propria sorte pensando di non aver avuto fortuna con quel maestro, perché, pensava, se colui fosse stato veramente un saggio, certo avrebbe dovuto impedirgli di andare in città, poiché un maestro deve essere a conoscenza che il cuore del discepolo brama molto più conoscere la verità, piuttosto che rispondere a certe necessità che la vita astutamente pone.
Andò così che si cercò un nuovo maestro.
Il secondo maestro era un oscuro che gli insegnò tutto ciò che è male, e fin nei più nascosti meandri dell'umano ingegno a far del male, portò il cuore del suo allievo, tanto che questi ne fu così terrorizzato che pensò fosse meglio non far altro che pregare e meditare tutto il dì, per evitare le assidue strettoie che la tentazione accampa.
Ma avvenne che un giorno che era caldo e che in riva al fiume il nostro giovane si era disteso, i piedi un po' nell'acqua e il capo all'ombra, vedesse una ragazza andar per acqua e, per sortilegio cui non poté che arrendersi, s'innamorasse di lei.
Seguirono le dolcezze dell'amore, ma ahimè, anche i tormenti dei litigi, e quell'uomo pensò di ripartire per cercare un nuovo maestro, ché davvero in questo non aveva avuto fortuna!
Lo troviamo a questo punto, nella sua indolenza, a ripercorrere le strade del paese per cercare questo saggio che lo aiuti a trovare il Divino e la Sua Pace.
Mentre cammina con il capo chino, batte il piede in un sasso e si ferisce.
Stanco e addolorato si siede su di un masso e cerca con gli occhi il fiume dov'è, per avere dall'acqua un po' di frescura e di ristoro.
Mentre con gli occhi scruta intorno a sé, ecco che compare un vecchio affaticato e stanco.
Il vecchio si siede sul masso accanto all'uomo, e dopo poco gli dice:
"Ti aspettavo proprio oggi qui, il cuore me lo aveva detto!"
"Sei forse tu - chiese l'uomo - il maestro che io cerco?"
"Sì, credo proprio di sì, anzi ti assicuro!"
Bene - disse l'uomo - e che hai da insegnarmi?"
"Nulla - disse il vecchio con un sorriso dolce sulle labbra - se non che un fiume non si cerca a vista, ma si porge l'orecchio per sentirne il flusso!"
Commento: Colui che non sente nel proprio cuore scorrere il fiume della verità e della divina Pace, è colui che crede, nella sua malizia di conoscere già il rumore che fa l'acqua, cosicché a colui che si aspetta il rumore di una fragorosa cascata, ecco che è un rigagnolo appena appena largo come una mano che canta la lode del Divino, e a colui che si aspetta un fiume, largo e quieto nel suo scorrere in pianura, ecco che è un saltellante torrente di montagna a far le veci della voce dell'Altissimo Signore!
Perché, chi ascolta con le orecchie si accontenta di ascoltare il canto che forgiarono i suoi vecchi, credendo nel modificarlo di esser nuovo, ma chi ascolta con il cuore, il cuore, non può riferire ciò che ascolta perché, su questa terra, non esiston parole!

lunedì 7 febbraio 2011

10 Storia sul senso di colpa

Si racconta la storia di un monaco che andava tutti i giorni a confessare al priore le proprie mancanze, accusandosene con un ostentato spirito di colpevolezza, e attendendo da quel superiore dure penitenze o aspre parole di rimprovero.
Ogni volta il priore rispondeva: "Non puoi aver rimorso per le formiche che pesti camminando."
Il discepolo trasaliva sempre a queste parole come se il suo vecchio maestro stesse dicendo un'eresia.
E fu così che un giorno prese coraggio e gli disse: "Certo io non mi sento in colpa per le formiche che pesto, camminando, perché non le vedo, ma quando io agisco, ragiono e scelgo e, dunque so! La cosa non vi pare un po' diversa?"
"Questo è il tuo guaio." Rispose il priore.
"Quale?" Chiese l'allievo.
"Che tu ancora creda di vedere e di sapere!" rispose il maestro.
"Allora - chiese l'allievo - volete forse insinuare che il senso di colpa non ha ragione d'essere?"
"No - disse il priore - io non lo insinuo, ma lo asserisco!"
E dopo un lungo silenzio il vecchio priore spiegò: "Quando un cieco ha riavuto la vista, sta forse a sentirsi in colpa per tutti i fossi in cui, da cieco era caduto, oppure, col cuore pieno di gratitudine, meraviglia e stupore, va spedito, senza più dover stare attento a non cadere, poiché vedendo, questo gli sarà solo naturale? Che posto può avere, in un cuore del genere il senso di colpa? Se, senso di colpa c'è, è solo nella stolta malizia di colui che, ancora cieco, si ripropone ad ogni passo di non cadere più, ma non con l'intenzione di vederci chiaro, per fare ciò, bensì soltanto per evitare gli acciacchi che la caduta stessa gli arreca!"
Commento: La colpa è un giudizio morale e il senso dell'errore è il lucido guardare di colui che vede!
Ciò che dovete impegnarvi a fare è essere attenti a vedere, non vivere in un buco stretto e pauroso di colpe e di timori, di sacri strali, perché se uno strale si conficca nella carne, certo non è Dio a mandarlo, ma è la freccia che l'arco del giudizio, teso dalla scaltra mente, ha lasciato andare.