lunedì 21 maggio 2012

18 Storia del bimbo e del suo angelo (Il discernere fra giudizio e ciò che è)


C'era una volta un bimbetto sveglio e piccino, tanto piccino e magro, da far tenerezza al cuore a guardarlo e così cocciuto e chiuso nel suo dolore, che neppure all'angelo di Dio che a tutti parla, era dato il potere di toccargli il cuore.
Il suo dolore era così grande e profondo che lo sentiva premere come un macigno contro il petto e, senza tregua, lo asciugava come il sole fa, con un arbusto senza riparo alcuno.
Avvenne così che una notte, mentre piangeva disperatamente, l'angelo di Dio bussasse lievemente, e questa volta udito, alla porta del cuore del piccino.
Si destò costui dal sonno lieve per scivolare in un sonno più profondo, dove la mente non spinge ai desideri e alle illusioni e chiese:
"Chi è che bussa?"
"Sono io, l'angelo di Dio."
"Avanza o benedetto, grande foriero di pace e di saggezza, ché io subito aprirò la porta del mio cuore!" disse il piccino.
Ma cercando di aprire la porta, il piccolo si accorse che gli mancavan le chiavi.
Si sedette triste ad aspettare che so, un'idea, un barlume d'ingegno o un'iniziativa dell'angelo, ma il tempo passò, almeno così sembrò a lui, che nessuno dei due parlava e nessuna idea si affacciò alla sua piccola mente buia.
"Che c'è?" chiese l'angelo.
"C'è che non posso aprirti la porta del mio cuore perché ci vogliono le chiavi che io non ho!"
"Capisco - riprese l'angelo - eppure a me hanno detto che non ci sono porte e che non esiston chiavi, se il cuore che mi accoglie riconosce come vera questa frase: - Il Signore non dà e il Signore non toglie! -"
"Ma questo non è vero!" disse il piccino.
"Allora io ripasserò un'altro giorno!" rispose l'angelo di Dio.
Penosamente raccolto su se stesso, come un piccolo batuffolo di lana, il bimbo cominciò a piangere, ma quella frase dell'angelo prese tosto il posto di quel dolore.
"Il Signore non dà e il Signore non toglie."
Andò avanti giorno e notte con quella cantilena dentro al cuore, "il Signore non dà e il Signore non toglie", quando un dì si ricordò tutto d'un tratto, che aveva vissuto tutto quel tempo senza pensare più al suo problema.
Com'era possibile?
Eppure quel dolore lo aveva perseguitato giorno e notte e lo aveva asciugato nelle sue piccole membra fino alle ossa, fiaccandolo come un vecchio in fin di vita.
Cominciò allora a far su questo fatto qualche considerazione e comprese come la mente, occupata da un pensiero, non può che usare quello come se si fosse dato in mano ad una scimmia, di cui vogliamo liberarci perché pedante e noiosa, un gioco, e di quello lei si interessasse senza importunarci più.
Allora si chiese il bimbo se avessero ragione gli altri a dirgli che lui pensava troppo.
E tutto il senso del mio problema, si chiedeva, era solo spostare la mente da un pensiero ad un'altro?
Sentiva che, in parte, un po' di verità in questo c'era, ma non proprio tutta.
Come quando si svolge un componimento e si capisce che sì, abbiamo centrato l'argomento, certo abbiamo risposto a tono, ma qualcosa, qualcosa di vivo e di vitale per il tema, manca, ecco, manca la poesia del cuore!
Fu così che, immerso in quelle sensazioni, sentì di nuovo la voce soave dell'angelo di Dio.
"Son qui, dove del resto son sempre stato e, visto che la mia frase è riuscita nel suo intento, voglio spiegarti che cosa non comprendi."
"Ecco, disse il piccino, com'è che la mia mente, furba come una scimmia, fa un pensiero cui per fama di virtù o per desiderio si attacca e con esso si trastulla per il piacere che le dà, oppure, se teme quel pensiero, essa lo ghermisce come un frutto acerbo e cerca di schiacciarlo per il terrore che quello le incute?"
"Già - disse l'angelo - è proprio così, ma dov'è il problema?"
"Il problema - disse il piccino - è che se anche io placassi la mia mente, cosicché essa faccia pochi pensieri, potrebbero restare, io mi sono accorto, i pensieri che più temo e che più spaventano il mio cuore, facendomi soffrire!
Allora - proseguì il piccino - quale può essere l'uscita, che la mente sempre pensa e, con quel che pensa, gioca?"
"Proprio nel gioco - rispose l'angelo di Dio - proprio nel gioco è il triste fine, il tutto!"
"Nel gioco? Cioè?" chiese il piccino.
"Vedi, - rispose l'angelo - se la tua mente fa pensieri che tu non puoi che accogliere così come il tuo cervello accoglie le immagini che gli occhi gli conducono, perché non fermarti a questa sola funzione?
"Spiegati meglio"
" Vedi, la nascita di un pensiero è come la nascita di un bimbo: è nato, è lì e il mondo non può che accoglierlo così com'è, senza coltivare in lui manie di grandezza o timori di inutilità, facendo in questo, ciò che invero fa la vita."
"Ancora non comprendo" disse il piccino.
"Non comprendi come colui che innesca il gioco della mente sia il giudizio? Esso si attacca come l'aquila dei monti ai vostri pensieri e lì, con i suoi lunghi artigli appeso, comincia il suo inutile e per voi tanto triste gioco.
Ecco - riprese l'angelo - nasce un pensiero e, l'uccello rapace delle vostre menti, il giudizio, lo attacca e lo ghermisce, allevando così in seno a voi le vostre brame e i vostri rifiuti.
Come non capire?
Se voi non giudicaste, voi non preferireste e non rifiutereste!
Se, nato un pensiero, esso si staccasse dalla vostra mente come i petali di una corolla di un fiore giunto il tempo della sfioritura, ecco che tutto si consumerebbe senza lasciare traccia alcuna, come nel cielo le nuvole passando non lascian orma alcuna.
Se invece interviene l'aquila, cioè il giudizio, ecco che i pensieri, come fiori assai straniti, crescono a dismisura come giganti insolenti in una piccola serra a primavera, avvolgendo tutto nelle loro spire con stretti lacci di passioni e dunque, di vane sofferenze!"
Commento: Ognuno lasci libera la mente di fare il suo dovere, come lo fa ogni cosa da me voluta, solo non s'appigli ai figli della mente facendoseli crescere in seno come propri figli da allevare con astuzia e voluttà per farne virtù e misericordiosi adempimenti, né tanto meno li scacci come figli reietti e bastardi mandandoli raminghi per il mondo poiché io che son giusto ed ho pietà dei figli così cacciati, a loro ridarò il loro giusto tetto.
State attenti ai vostri pensieri e non prendetevi cura di loro.
Osservate i vostri pensieri come se fossero pacchetti colorati che la vostra mente emette, proprio, come sapete, le cellule ghiandolari emettono degli ormoni.
Prendersi cura dei propri pensieri è come scartare quei pacchetti, per trovarci dentro chissà che, facendo in modo che la mente, stimolata dai nuovi oggetti, trovati dentro al pacco, confezioni anche questi, allungando così la fila dei 'doni' che essa, scioccamente, continua a sua insaputa a farsi.
Colui che guarda dentro ai pacchi o che ne ferma uno per ammirarlo o denigrarlo è il giudizio che crea solo sempre nuovi guai.
Attivarlo è come attivare le pale di un mulino che vengono mantenute nel loro moto dalla stessa acqua che fan girare!
Tenersi in seno un pensiero perché lo si stima buono e piacevole e bello, attiva lo stesso 'mulino' che poi si vuol disattivare, quando il pensiero è cattivo, disdicevole e pauroso!
Non si può fermare il mulino, semplicemente quando si vuole, occorre non attivarlo.
La mente è come un cielo, il cielo non è né sereno, né nuvoloso, poiché di per sé è soltanto 'cielo'.
Abbandonate il giudizio e, come per magia, la scia dei 'pacchetti, non venendo né intoppata, né alimentata, si esaurirà naturalmente perché, anche se voi non lo credete possibile, i pensieri non sono mai nuovi, ma sempre soltanto piccoli pacchetti, trovati dentro a grandi pacchi! Basta non fermare e non aprire i pacchi! E attenzione a non confondere il giudizio con il vedere quel che è.
Il giudizio dice questo è bene, questo è male, portandosi sempre dietro il desiderio e il rifiuto, fonte di sofferenza.
Il vedere quel che è fa solo sì che i vostri occhi, attenti, distinguano un fosso da un dosso, in modo che il vostro piede si accomodi alla conformazione di quel suolo, senza inciampare e storcersi.




martedì 17 aprile 2012

17 Soria del monaco e delle parole scritte sulla porta della sua cella

 "Non dimenticare che hai dimenticato"
Si racconta di un monaco che trovò scritte queste parole sulla parte interna dell'uscio della sua cella.
Il monaco studiava i testi sacri e profani e voleva arrivare a capire, a comprendere, arrivare a sapere!
Non gli sembravano mai sufficienti i testi, le spiegazioni che lo ricacciavano nello stesso inganno dei suoi maestri.
In quel convento trovò un ottimo maestro, un vero maestro, che non gli spiegò più nulla e gli consigliò di arrostire in un bel fuoco tutti i suoi scritti ed i suoi testi, sacri e profani.
Quelli lo avevano solo accecato e di più cacciato nell'illusorio sapere, ma il maestro, che era un vero maestro, non si fece mettere nel sacco da un discepolo che aveva il cuore gonfio di desiderio di sapere, ma di quel sapere che appaga il mentale; così disse. "Mi sembri una scimmia che recita a memoria un copione, sperando così di essere un uomo!
A che ti servirà capire chi è Dio? Lo troverai forse fra le tue carte e i tuoi sillogismi, fra le tue vedute di cieli spaziosi e di spazi incontaminati, fra le tue stesse pupille di gazza che cerca l'oro, ciò che luccica tra il pattume?"
Si offese il monaco per l'irriverenza del maestro a chiamar pattume i suoi cari metodi e testi sacri.
E il maestro rispose: "Vai, portati appresso i tuoi bagagli sempre più copiosi e pesanti fino a che il mulo stesso che li porta non si stenderà per terra esausto di sua stessa lena.
Non c'è speranza in questo tuo cercare vano e mendace!
Non ce n'è!
Ce n'è di più per una scimmia che vive in una foresta a capire la scimmia, che in una scimmia da circo a cercare di fare l'uomo!
Poiché la scimmia deve comprendere non l'uomo ma la scimmia stessa, e ciò che deve conoscere non è la scimmia ma la foresta!"
Dopo quella discussione con il maestro, tornato nella cella trovò quelle parole scritte sull'uscio e ripetendo nel tempo quella frase, capì.
E arse di suo stesso fuoco il mentale!
E fu libero. Veramente!"

Commento: Ma cercare di conoscere Dio dai libri e dai salmi che può servire?
E' come se i libri che voi leggete per sapere chi è Dio, si trovassero, in un attimo, in perfetta sintonia con il libro di Sé che Dio ha scritto nel vostro cuore.
Ecco, il gioco è fatto, il dentro è il fuori e il fuori è il dentro, non c'è più tu e io, l'uomo e il suo dio, c'è solo l'Uno che ... si è riconosciuto.

martedì 27 marzo 2012

16 Storia della razza e del mare

Un giorno un pesce se ne andava nuotando tranquillo per il mare, quando incontrò una tartaruga gigante che con un gran colpo lo buttò contro la roccia, facendogli un gran male.
Pensò quel pesce di aver subito un danno, e allora andò dal dio del mare a raccontargli l'accaduto.
Il dio del mare non poteva essere visto perché era dio, ma tutti sapevano chi era e dove viveva.
Si diceva nel più antico annale della marina storia, che quel dio era un pesce, buono e solenne, perfetto nel suo essere e che viveva in una grotta senza mai uscire, e tutti si recavano all'imboccatura maliziosa e angusta di quella caverna, e lì dicevano i loro guai e chiedevano consigli.
Da questo pesce dio si diceva avesse avuto inizio il mondo marino; egli lo aveva creato!
Così il nostro pesce si recò là e disse la sua pena.
E il dio rispose:
"Tu devi perdonare, ciò ti procurerà una gioia ineffabile e, morto che sarai, ti sarà riservato un posto in questa grotta, qui accanto a me, tra stelle marine e conchiglie profumate e iridescenti, tra banchi di coralli e preziose perle!
Il pesce se ne andò via tutto tranquillo.
Giunse di lì a poco davanti alla fessura anche la tartaruga che voleva confessare la sua colpa, e la voce rispose:
"Pentiti, per questo tuo pentimento, la tua umiltà, giacché sei un animale così glorioso e grosso, sarà rinvigorita e tu non potrai che trarne vantaggio."
Così andavano le cose in quel mare, quando un giorno arrivò una magnifica razza che, con il suo ondeggiante dondolio, attirò l'attenzione di tutti. Pareva un magnifico esemplare in perfetta gioia e continuamente si sentivano per l'acqua le dolci melodie sommessamente create dai suoi regali movimenti, e la sua grazia nell'incedere tra spazi aperti e tenebrose grotte, era avvincente, così come i suoi occhi parevano smeraldi ammansiti senza nessuna ombra, né troppo fulgore.
Questo pesce, cominciarono a dirsi tutti, ha un segreto.
Fu così che il nostro pesciolino si interessò alla razza, domandandole il perché di tanta grazia, e quella semplicemente rispose:
"Perché so chi sono."
"Che cosa vuol dire?" Chiese il pesciolino.
"Se non comprendi, non serve che io ti spieghi." rispose la razza.
"Capisco - disse sprezzante il pesciolino - forse tu hai un rapporto di favore con il nostro dio."
"Dio? - chiese la razza - Quale dio?"
"Non conosci dio? E come fai a dire che sai chi sei se non sai neppure chi è il nostro dio, e di come egli ci abbia creato, sporgendoci fuori dalla sua mansueta bocca di pesce in bolle colorate, uno ad uno, dallo squalo al piccolo gambero, dalla conchiglia più ricca al corallo più prezioso?"
"Ah! - disse la razza - e l'acqua che qui c'è, e in cui noi nuotiamo, l'ha fatta pure lui?"
"Questo non sta scritto ... sicuramente è un mistero! Noi non possiamo capire - disse il pesciolino - ma sicuramente ogni cosa viene da lui."
"Ma se hai detto che è un pesce - osservò la razza - come faceva ad esistere da pesce prima dell'acqua?"
"Tu mi vuoi confondere! Egli è un pesce ma ... perfetto, non come noi, ha le branchie ma può non usarle!"
"Capisco - continuò la razza - arrivando invece io da un mulinello, avevo creduto un giorno d'essere nata per forza dalle onde e dal moto del mare, ma quando seppi da mia madre che semplicemente in quel mulinello d'acqua essa mi aveva partorito, cominciai a chiedermi da cosa tutto ciò che mi circonda e io stessa avessimo preso vita."
"E lo hai scoperto?"
"Sì, è il mare che non partorisce figli come una dea in calore, ma gioca di sua lena il gioco più convincente che un pesce possa giocare! Cosicché ogni pesce si prende per un pesce, elegge un pesce dio e continua, in quest'acqua dorata e sempre nuova, a pensare di nuotare e che l'acqua serva solo a quello!"
"E di grazia - chiese il pesciolino - a cosa può servire quest'acqua in cui siamo immersi?"
"A ben vedere in essa tu non sei immerso, ma di essa ti componi ed essa in te si esplicita qual che tu sei!
Perché - proseguì la razza - ho scoperto d'essere il mare, questa acqua dolce, immensa e perenne, e di sua stessa fonte alimentata, che gioca ad essere una razza, in un gioco cordiale e completo, così avvincente e sereno, che per poco non ci cascavo e non credevo così, che di essere una razza in una razza!"

sabato 18 febbraio 2012

15 Storia del maestro nato cieco

C'era una volta un re che voleva trovare Dio.
Dio, Dio, chi fosse questo Dio non lo sapeva, ma il cuore, quello lo spingeva a trovare questo Dio.
Non s'accontentò il re di ciò che gli veniva detto e, avendo sentito parlare di molte religioni e molti credo e di molti uomini di virtù e santità che si diceva che quel Dio avessero trovato, decise un giorno di riunir costoro davanti a sé, per sentire da loro chi fosse Dio.
Il numero di quei sapienti che sfilò di fronte al re fu tale che per giorni e giorni il sovrano non poté uscire dalle sue stanze e, sempre più pauroso e titubante e triste, ascoltava ormai con viva noia il tutto.
Sì, delle tante frasi ascoltate alcune avevano toccato il suo cuore come se da sempre le avesse attese e invero dunque, non così completamente ignote, ma ci voleva altro, pensava il re, perché a trovar Dio ci si doveva sentir ardere da fuoco o sublimare da una gioia senza uguali.
Ascoltò tutti e l'ultimo giorno si presentò a lui un vecchio secco come una canna e solo come un cane. Si diceva di costui che fosse un santo eremita di un vicino villaggio e che non avesse né sottoposti né seguaci, poiché coloro che con lui erano stati, poi, non si sapeva il perché, se ne erano andati.
Quest'uomo, quando fu davanti al re, salutò con un cenno del capo che chinò sul petto, portando le mani giunte dinanzi al proprio cuore e, fulmineo come il lampo per il caldo in un cielo d'estate, disse: "Sono nato cieco." e risoluto come era venuto se ne andò.
Sgomento il re pensò che vaneggiasse per l'età e che davvero poi non potesse essere tenuto in gran conto un saggio senza né scuole né chiese, né discepoli o seguaci a lui riconoscenti almeno per qualche grazia e così concluse il re che con quello tutto s'era chiuso e lui ne aveva tanto come prima non fosse stato per una quantità veramente inestimabile di libri dove ogni sapiente aveva detto: "qui troverai Dio".
Ma quella frase "sono nato cieco" tormentò il re, sempre presente e fresca come appena pronunciata, in tutti i giorni a venire.
Si decise così un giorno il re ad andare alla grotta di quel saggio e così, di nascosto, andò.
Giunto, lo trovò dopo lunghi tentativi semplicemente perché vide fuori di una grotta, sostare addosso alla parete, un sacco ed una canna. Entrò e il buio, solo quello, lo accolse così che il re cominciò a chiamare.
Nessuno gli rispose ma il re continuò a cercare e dopo un po', quando i suoi occhi si abituarono al buio, vide quell'uomo fermo, immobile, seduto con una grazia davvero inconoscibile al centro della grotta. "Salve" disse il re e si presentò.
L'uomo non alzò lo sguardo solo rispose con un cenno del capo come a dire: "Puoi parlare".
Il re allora gli domandò cosa volesse dire la frase che gli aveva detto.
"Se sei qui lo sai" rispose il saggio.
"Mi deridi forse - rispose il re - che se son qui anche un idiota capirebbe che è perché non so?"
"No - riprese il saggio - non è così. Tu non vuoi ancora sapere ma già sai".
"Allora grande sapiente - disse il re - perché di te si dicono cose da ignavo e che non fai miracoli e che pochi discepoli tu avesti che poi tutti ti abbandonarono, e che di questi due, di te più grandi, operano autentici miracoli nel curar la povera gente?"
"Ah! - disse il saggio - E perché, se di me sai tali cose, sei venuto oggi quassù?"
"Per sapere che vuol dire che sei nato cieco".
"E' perché tanta luce potrebbe abbagliarmi" rispose il vecchio.
"Ma se hai detto ora che sei nato cieco - disse il re - come potrebbe la luce farti questo, che poi se anche tu vedessi solo un po', qui non c'è che buio?"
"Ma dentro non è così"
"Dentro dove?" chiese il re.
"Davvero non lo sai ?" chiese il saggio.
"E poi -  aggiunse - io non ho detto che non vedo, ho detto solo che sono nato cieco".
"Questa è una terribile umiliazione per un re stare ad ascoltare un vecchio che vaneggia - riprese il re - ... ma sei cieco o non sei cieco?"
"Bisogna vedere tu cosa intendi per nascere - rispose il vecchio - se intendi venire a questo mondo allora tu ti sbagli che io per questo mondo e in questo mondo davvero non sono cieco, ma a questo mondo quando nacqui fui cieco. Comprendi?"
Si avvilì il re a quelle parole anche se, non sapeva come, qualcosa gli riusciva di comprendere, meglio, sentire, tanto questo modo insolito e nuovo di capire era diverso e lontano dal consueto giudizio della mente.
E in quel momento con una cadenza dolce ed armoniosa il saggio pronunciò queste parole: "Sette volte nacque un uomo e vedeva. L'ultima volta vedeva come un re, ma quando non vide più e fu cieco, finalmente vide".
Stettero a lungo in silenzio poi il re chiese: "Vide cosa?"
"Guarda" rispose il saggio e sospirò.
Il silenzio colmò ogni perplessità e indebolì con la sua grazia la luce vana e fioca della mente di quell'ostinato voler sapere e capire, che ci fa tutti inadeguate comparse di un grande sogno.
Si sentì poi un lieve calpestio e il re, aperti gli occhi, vide un giovane monaco avanzare nella grotta, inchinarsi davanti al vecchio e a lui e poi sedersi accanto a loro.
Passò del tempo in cui nessuno proferì parola poi il vecchio disse al monaco: "Ho saputo che fai miracoli e operi vere guarigioni, Perché non mi hai detto nulla, io che sono il tuo maestro?"
Dopo un attimo di silenzio che parve al re un'eternità il giovane rispose: "Perché il mio maestro già lo sa".
S'inchinò davanti al monaco il saggio e con un sorriso dolce, luminoso e quieto disse rivolto al re: "E già, egli lo sa"

venerdì 20 gennaio 2012

14 Storia del boa, del pitone e del serpente minore

Un giorno un boa si incontrò con un pitone. Entrambi desideravano di conoscere Dio ma le loro idee su questo dio erano alquanto diverse, così decisero di ritirarsi in meditazione per scoprire chi dei due fosse più vicino alla verità.
Mentre erano ritirati in preghiera, ecco che passò di lì un serpente di quelli minori che non fanno storia nella foresta e, sbadigliando, disse: "Oggi ho concluso il cammino che mi hai indicato. Domani, come sempre, svegliami tu!"
Lo udirono i due serpenti e si chiesero se colui stesse veramente parlando con dio. Così lo avvicinarono e glielo chiesero.
Il serpente minore rispose tranquillamente che lui aveva imparato quella preghiera da suo nonno e così, ogni giorno, al calar del sole la recitava. Non sapeva come, ma funzionava sempre perché ogni sera arrivava dove Lui voleva e ogni mattina sapeva dove Lui voleva che andasse.
"E come fa a dirtelo?" chiesero stupiti il boa e il pitone.
"Ma è proprio questo il bello, Lui non me lo dice!"

lunedì 29 agosto 2011

13 Storia del monaco che ha paura degli elefanti.

Si racconta di un priore che un giorno chiamò a colloquio un suo discepolo, perché costui non pareva far tesoro di nulla, né della pratica, né della lettura degli antichi testi sacri, di nulla, dicevamo, che non fosse la sua paura.
Il discepolo aveva una gran paura degli elefanti, e siccome nel paese dove abitava di elefanti se ne vedevano in ogni dove, poiché erano usati per i lavori dei campi, ecco che lui non aveva più voluto uscir di casa.
Veniva già, quel discepolo, da un altro monastero dove il priore, che se l'era preso caro, era morto senza poter risolvere quella paura.
Giunto che fu il discepolo, davanti al suo nuovo priore, ecco che questi gli domandò:
"Come sta la tua paura?"
Il discepolo non poté non rispondere che, fino a quando restava entro le mura del monastero, riusciva ad avere un po' di pace, ma se soltanto gli si chiedeva di andare oltre il muro di cinta, a lavorar nei campi, ecco che cadeva preda di un panico davvero incontenibile.
A queste parole il priore chiese come avesse affrontato il problema con il suo predecessore.
"Invero - disse il discepolo - quel priore iniziò col farmi prendere mentalmente confidenza con gli elefanti, dicendomi di non temerli, perché avrei saputo domarli, ma, ahimè, non fu così, ché io non risultai davvero bravo in quell'intento.
Fu così - proseguì il discepolo - che il vostro predecessore pensò bene di farmi domare animali più piccoli. Si iniziò dai topi e poi dai gatti, fino alle tigri e quindi ai terribili elefanti."
"E come andò?" chiese il priore.
"Peggio che mai - iniziò col dire il discepolo - ché io così mi accorsi che temevo anche tutti quegli animali!"
"Capisco! - disse il priore - E il timore, quando ti veniva?"
"Non appena comparivano nella mia mente gli animali!" rispose quel discepolo, pensando che la domanda era davvero inutile e sciocca!
"Eh già! - rispose il priore - forse non doveva farteli domare! Ma adesso tu hai trovato la tua fortuna, ché io sono un buon domatore di felini e di elefanti, e non disdegno i topi, per cui, ecco risolto il tuo problema!"
Guardò incredulo e con riconoscenza, quel principiante, il suo priore e gli domandò quando avrebbe fatto ciò che aveva promesso.
"Mah! - disse il priore - direi domani, visto che oggi non vedo tu ti sia portato appresso alcun animale da domare!
Vieni domattina e portali tutti qui, io li domerò!"
Commento: La paura è un giudizio e, come tale, ve lo portate appresso. Dunque non sono luoghi lontani, o la malattia, o la morte, o aerei, o persone, o cose a farvi paura, ma è ciò che la vostra mente di quelle cose pensa, giudica, conclude. Se la vostra mente fosse vergine e vuota, ciò non accadrebbe e voi ridereste davvero di tanto sciocco timore.

venerdì 4 marzo 2011

12 Storia delle tarantole

Un giorno un discepolo chiese al suo maestro: "Maestro com'è che voi non siete virtuoso e casto e giusto come dovrebbe essere un vero illuminato, un saggio?
Il maestro che vi precedette era uomo di autentica virtù poiché mai nulla fece per cui potesse essere ripreso ma, non so spiegarmi come, non era egli un uomo di pace.
Non so che dirvi e come, ma questo fu ciò che sentii sempre quando sedevo accanto a lui.
Come se ci fosse un ardore non sopito, un che di combattivo, una lotta, un duello, tra chi e chi io non saprei dirvi, ma questo sentivo sempre presente in seno a quell'uomo.
Dunque ciò che emanava dal suo volto era severità, giustizia, una saggezza oscura, non pace.
Voi siete l'opposto, che io mi accorsi presto, non siete davvero un modello di virtù; cadete ancora preda di baldanzose ire, siete attirato da qualche bella donna e non disdegnate bere, quando la nostra regola in realtà lo vieta.
Ma di nuovo qui non so che dirvi come voi spandiate intorno a voi soave pace e ogni vostra parola placa il cuore e non alza inganni."
"Ah! - disse il maestro - e perché allora stai qui con un uomo come me che non ha virtù di santità?"
"Ma io non saprei. Certo ciò che mi prende il cuore è molto più la pace che irradiate; quella io non conosco e vorrei conoscere poiché, vedete, le cose in cui sbagliate io le riconosco e dunque esse non mi fanno danno!
Dunque ho concluso che sono molto più attratto da ciò che avete voi, piuttosto che dal restare accanto ad un uomo saggio che non farà mai una pazzia. Ma a questo punto io non mi raccapezzo più: non serve di più seguir la regola e la divina legge piuttosto che essere come voi?"
"Vedi - rispose pacatamente il maestro - io penso che così vada la vita, che in natura esistono due specie di tarantole: quelle che pensano che il loro veleno sia un problema e dunque cercano in buona fede, seguendo, dicono, la divina legge e l'unità, cercano di ammaestrare il loro veleno a diventare innocuo e si trattengono dall'espanderlo per paura di fare danni; così in loro il veleno, che è naturalmente prodotto, ad un certo punto si dilata ed espande ed esse spandono intorno a sé ciò che il veleno corrode dei loro visceri inquieti. Ci sono poi tarantole che non fanno del loro veleno un problema e non piangono mai sulle carogne che esso ha fatto."
Sapeva il maestro che a quelle parole il discepolo o si sarebbe illuminato o sarebbe andato via inorridito.
E così fu che il discepolo disse: "Troppo forti e audaci son queste tue parole e io non credo che così, invero, vada la vita, perciò ti lascio".
Si ritirò così da solo su di un monte lì vicino, calato in un penoso e triste affanno perché non sapeva più cosa pensare, non aveva più riferimenti e quel paragone delle tarantole gli oscurava il cuore.
Fu così che un giorno un vecchio che veniva da lontano e stava andando ad incontrare il maestro del nostro discepolo, poiché quel maestro era considerato un saggio, sostò dal discepolo.
Il vecchio sapeva della storia tra il maestro e il discepolo che lo aveva ospitato nella sua capanna, ma non proferì parola.
Ringraziò del pasto e del giaciglio e vedendo sempre scuro e triste quell'ospite squisito, prima di ripartire disse: "Le nuvole si stanno addensando e corrono davvero basse e temo che una tempesta mi colga per strada facendomi, per la mia età, gran danno."
"E che danno vuoi che ti faccia? - chiese il discepolo - Credi forse d'esser quel corpo che morirà per un po' di pioggia?"
"Ah! - disse il vecchio - allora io mi sbagliavo, che tu non credi che la tempesta sia una cattiva cosa!"
A queste parole il discepolo fu illuminato."