domenica 14 aprile 2013

25 Storia del fiore solitario nel bosco.

C'era una volta un fiorellino che fremeva tenero e solitario in un fitto bosco d'olmi annosi. Si stupiva esso stesso d'esser nato lì in quel posto e chi l'avesse lì condotto si chiedeva e quale vento avesse portato il suo seme e per quale calura, visto che di sole quasi non gliene arrivava, doveva aver attecchito in quel povero terreno il seme, sempre si chiedeva con il tormento nel cuore di essere solo, unico, diverso e patendo questa solitudine terribile.
Guardò un giorno ormai avvezzo alla penombra che sempre faceva in quel bosco, un po' meglio intorno a sé e gli parve di distinguere tra fogliame e arbusti, robusta e vigorosa, nodosa e forte una radice dell'olmo più vicino. Pensò di provare a parlare come un fiore a un fiore per vedere se almeno costei poteva capirlo e un po' dargli compagnia.
"Buon giorno mia buona radice", disse il fiore e aspettò sicuro di aver parlato invano, quando nel silenzio del bosco qualcuno con voce robusta e profonda rispose: "Buon giorno a te mio buon fiorellino di campo."
"Oh! - disse il fiore - finalmente parli!"
"Che dici? Io ho sempre parlato, tu solo adesso l'hai scoperto, ma io parlo, non finalmente, parlo!"
"Ecco anche tu nel salutarmi hai ammesso che sono un tenero fiore di campo, cosa ci faccio dunque io qui? Perché? Di questo non riesco a rassegnarmi e sono molto triste. Quale torto mi ha fatto la vita!"
"Ecco, vedi - disse la radice - tu puoi pensarla come vuoi ma se venissi qui al mio posto e ti guardassi certo capiresti perché una tal macchia di colore ha portato luce al sottobosco."
"Oh! Certo - disse stizzito il fiorellino - certo che sono bello e colorato! Dovresti veder i miei fratelli d'estate nei campi e di primavera, ridere felici al sole e lasciar ondeggiare le loro corolle al vento! Io qui il sole non vedo mai e neppure sento il vento che tra questi legnosi tronchi non può passare."
"Ma senti, senti - disse la radice - com'è che sai del vento e del sole e dei fratelli se sei nato qui sotto ai miei occhi e mai dunque puoi aver visto tanto?"
Si stupì d'un tratto il fiorellino e disse: "Certamente ho sognato nelle notti d'estate queste cose e ora le ricordo", ma ormai qualcosa era mutato e, non più preso dalle sue preziose lamentele, stava porgendo ascolto a ciò che la domanda aveva in lui sollevato.
"Allora - chiese la radice - dici di aver sognato? E perché nel sogno non hai gioito di quel che era e non l'hai assaporato, placando così il tuo desiderio e le tue brame? O perché non hai continuato a dormire sognando d'esser là?"
"Già - disse il fiore - questo non lo capisco e poi non posso sempre dormire, anzi m'accorgo che il sogno più che spegner le mie brame le accende come il vento fa col fuoco."
"Allora come va - disse la radice - che non sai chi sei e chi qui ti ha portato ma sai per certo chi vorresti essere e dove vorresti essere adesso?"
A quella muta domanda il fiore capi.
S'illuminò tremando fin dalle sue piccole radici e disse: "Che sciocco! Il sogno, il vero, chi sono, chi sono ... solo uno sciocco può cadere in questo astuto tranello."

domenica 10 marzo 2013

24 Storia della grandine


Fare un progetto di cambiamento - dice dopo un po' il mio maestro - è credere di guardare la vita in modo nuovo, ma sempre con gli stessi occhi; si cambiano solo gli occhiali, per vedere le cose sempre allo stesso modo, soltanto in un altro colore. Così per un po' tutto ci pare cambiato, ci contentiamo ed effettivamente, il nuovo colore pare piacerci di più.
E' come quel contadino che, pianto che abbia la perdita del suo raccolto di grano, anziché alzare gli occhi e, scoperto il cielo, dare il suo posto alla grandine, va e credendo così di non avere più danni, ma solo sempre raccolti migliori, semina un nuovo seme.
La grandine colpirà anche il granoturco, ma il contadino non perderà occasione di progettare un nuovo raccolto, ora di barbabietole, ora di zucche, ora di rape!
Questo è il progetto ch'è dimentico della grandine.

lunedì 7 gennaio 2013

23 Storia del saggio gallo della Cina.

Viveva in un antico paese della Cina, un gallo che era considerato sacro poiché prediceva a tutti il futuro e dava grandi consigli.
Un giorno si recò da lui un uomo che doveva decidere che fare per il fratello che ormai era disperso da mesi sulle montagne.
L'uomo si recò dal gallo e gli chiese: "Che devo fare?"
"E tu che faresti?" rispose il gallo.
Stupito, l'uomo disse: "Ma non dovresti essere tu a dirmelo?"
"Questo è quello che crede ognuno di voi che viene qui.
Prova a domandarti perché sei venuto qui e che ti aspetti" disse il gallo.
"Credo - disse l'uomo - che tu dovresti sapere cosa è bene e cosa è giusto".
"Ciò che tu sai fare è bene e giusto, ma il bene e il giusto non sono ciò che tu sai fare." rispose il gallo congedando l'uomo.
Inorridito, l'uomo se ne andò e pensò che solo a lui il gallo avesse risposto così per via dei suoi peccati.
Così non confidò quel responso ad altri.
Quando il paese fu sommerso da un grande nubifragio, restò memoria di quel posto come di un paese in cui gli abitanti erano illuminati, nelle loro azioni, dal sacro gallo.
Fu tramandata nei libri la saggia frase che il gallo a tutti diceva: "E tu cosa faresti?"

sabato 1 dicembre 2012

22 Storia sulla preghiera.


Non intromettetevi sempre a ragionare .
L'analisi è la culla della viltà di chi persegue uno scopo e di chi ascolta vecchie brame di strapotere e di inganni!
Siate semplici, semplici e godrete fin anche all'ultima goccia il vaso che vi è dato di bere. Poiché solo quello è posto fra le vostre mani che avide o meno non possono comunque di più.
Comprendete e lasciate spazio al cuore.
Non tormentate le vostre menti a capire, esse partoriranno solo figli ignobili e mai sazi che detteranno guerra e porteranno povertà.
Accontentatevi del non sapere e della quiete della mente che riposa su se stessa e sulle proprie pretese accoccolata come un gatto, pronta però a tirare fuori i propri artigli!
Non lasciatele spazio ma non punitela!
Siate con essa, con voi, con tutti compassionevoli!
Non vivete di gioie e di dolori, non siate nell'attaccamento e nel rifiuto, compensando così con vane prepotenze il senso di perdita che trabocca dai vostri cuori!
Alleggerite i vostri fardelli e vivete di virtù e di santità se queste sono le proprietà che la vita detta in voi!
Ma fate attenzione a non imbruttire priorità che la vita detta, come cose da meno poiché così il vostro mentale ragiona, perché sappiate che tutto è sacro e nulla da meno o a caso.
Poiché che priorità ha il giorno che nasce? Se non quella di lasciarsi guidare dal tempo, dal vento che fa?
Non ci sono priorità se non quelle che la vita detta in ogni istante ed in ogni dove ma voi ciechi, vi rifate ai vostri buoni propositi, alle pretese di unità, di regole divine e di divine leggi, di cui vi siete appropriati per dar vita e sussistenza a un pagliaccio indeciso!
Sì perché voi poi non sapete mai decidere e scegliere, ardua è sempre la decisione se non è la priorità stessa a farsi priorità!
Non rifiutate mai nulla e non desiderate, neanche me!
Non vogliate farmi oggetto dei vostri desideri e fine delle vostre virtù!
Non crescete in seno a voi figli morti prematuramente per ingordigia di volontà!
Siate in pace con il vostro cuore!
Siate sereni e dolci come il miele che appaga anche la bocca di un lattante!
Il bene si fa da se stesso, esso ha cura di voi non voi di lui, ve lo ripeto!
Che cosa volete custodire, dunque?
Lasciate spazio, lasciate gratitudine e adorazione espandersi di per se stesse senza alcunché di riguardo a qualcosa o a qualcuno!
Non adoratemi.
Non vogliate consacrarmi.
Non chiamatemi.
Non ascoltatemi.
Ma nello spazio incontaminato e puro del silenzio, lasciate che ogni cosa si muova senza un fine, di per se stessa!
Voi non adorate, siate adorazione!
Voi non vogliate pregare, siate preghiera!
Voi non potete raggiungere qualcosa, potete solo lasciare andare ciò che le vostre mani troppo avide hanno finora trattenuto!
Lasciate molto spazio alla preghiera!
Essa è la dramma più preziosa che esiste al mondo!
E lasciate la preghiera alla sua santità di preghiera che è perfetta.
La preghiera non nasce dalla mente poiché essa non nasce e non viene compiuta, sgorga solo quando le si dà libero sfogo senza altro pensare ed essa zampilla allora preziosa!
E' come una falena che danzi per danzare con le sue belle ali trasparenti vicino al fuoco che poi la brucerà!
Lasciate spazio alla preghiera ma vi prego voi non vogliate guidarla!
Lasciate il cuore al cuore!
E la parola che nel silenzio sgorgherà, essa è la preghiera che voi stessi siete e che in ognuno fu scolpita e messa perché le sue labbra profumate la pronunciassero a lungo e con pazienza!
Non opponetevi ad essa e non vogliate giudicarla e arricchirla!
Ognuno nel silenzio l'ascolti, essa apparirà.

martedì 6 novembre 2012

21 Storia del drago e del bambino che non lo vede.

C'era una volta un drago che spaventava tutti quanti, eccetto un bambino, ma nessuno si chiedeva il perché, avendo ognuno in cuor suo deciso che ciò fosse possibile per una sorta di magia in cui si diceva il piccolo fosse stato avvolto, il giorno stesso in cui era nato, perché quel giorno coincideva con l'incontro del sole nel cielo con Marte e, come si sa, Marte è il pianeta del coraggio.
Passarono anni e anni in cui tutti gli abitanti di quel paese, sempre più spaventati da quel drago, avevano ormai rinunciato, e a trovare una soluzione pacifica col drago e a attaccarlo, cercando così di abbatterlo, ma vivevano nascosti lamentando questo gran disagio, ma del resto, ormai anche abituati.
Qualcuno nel tempo aveva cercato di osservare come quel ragazzo attraversasse quella valle dove c'era il drago, per imparare da lui e allenarsi a comportarsi come lui, ma tutto si era rivelato inutile anzi dannoso, ché qualcuno stimando aver capacità e coraggio era andato nella valle come quel ragazzo e così era stato dal drago fatto a pezzi!
Nessuno però in tutto quel tempo aveva mai pensato di chiedere al ragazzo semplicemente che vedeva!
Fu così che un giorno il ragazzo disse ad un amico: "Passando nella valle dove voi vedete il drago ... "
"Come - chiese l'amico - ma allora tu non vedi il drago?"
"Certo che no, altrimenti anch'io ne avrei paura!"
Commento: colui che teme vede draghi al posto di nuvole dorate, colui che vede, non teme draghi non perché sia un coraggioso ma semplicemente perché non li vede!
Quindi perché cercare di "guarire dalla paura del drago"?
Cercate, insieme se potete, di vedere che il drago non c'è.
Non c'è nulla da vincere e nulla da accettare, c'è solo da vedere e da conoscere quel che realmente è. Se continuate a muovervi per distruggere la paura o, stimando questo più cortese, volete amarla, allora fate come colui che vuole ingrassare l'oca e poi vuole ammazzarla, restando sempre nello stesso gioco.
Lasciate che l'oca mangi quando ha fame, cioè lasciate che la paura abbia cura di se stessa, non intromettetevi a maledirla, ma nemmeno a benedirla in una sorta di mascherata astuzia che può rivelarsi solo fatale.
Mutate il punto di attenzione, non sia più esso la vostra paura ma ... il vostro sguardo. Accorgetevi che non vedete realmente ciò che c'è.
L'ignoranza è la madre della vostra cecità, e il desiderio è il padre del vostro dolore.
Non crediate che abituandovi poco alla volta all'idea del drago, questi un giorno o l'altro, come per miracolo, nel buio, da cui credete sia uscito, ecco sparisca.
E' la vostra mente che ha partorito il drago e quando indossate un paio di occhiali che vi facciano vedere il drago rosa e piccolino avete l'impressione di non averne più timore; ma se poi quegli occhiali, per una ragione qualsiasi, cadono il terrore si ripresenta.
Un drago, guardatelo come volete, è pur sempre un drago, sputa fuoco ed ha grossi artigli, ma tutto ciò è nel 'giusto onore' di un drago.

venerdì 24 agosto 2012

20 Storia del discepolo che chiede cosa sia la necessità


Un giorno un discepolo chiese al suo maestro: "Che cosa è, maestro, questa necessità che a sentir voi la vita propone e a cui essa stessa senza inganno né illusione risponde, e voi non siete nella scelta e nel giudizio?
Dovreste proprio farmi capire perché se le vostre parole, è vero mi rapiscono il cuore, io poi non so districarmi tra le tante offerte della vita che tutte mi paiono a volte necessarie e tutte a volte sciocche e vane!"
"Hai mai visto cosa fa il sole che all'alba si alza sereno e illumina il mondo e quando il giorno, stanco, cade, esso s'appresta a cadere giù dietro le nubi e le tempeste e le bonacce che il cielo nasconde? Questa è necessità!" disse il maestro.
"Voi non potete rispondermi così, maestro, ché io ho bisogno di un consiglio pratico e di capire e di essere guidato a riconoscere qual è, ve lo ripeto, e che cosa è in ogni momento la necessità, quella che dite voi si fa da sé priorità e non vi caccia in inutili tenzoni e in subbugli di cuore, nel ripensare a ciò che avete fatto e scelto." Disse il discepolo.
"Mi sembri un gatto - continuò il maestro - che prima ancora di avere artigli aguzzi voglia pescare il pesce nel torrente."
"Perché - chiese il discepolo - il gatto non nasce con gli artigli aguzzi?"
"Sì - disse il maestro - un gatto nasce con gli artigli aguzzi ma di sua necessità dovrà imparare ad adoperarli poiché, se con essi afferra lentamente e senza affondo il pesce che salta nel torrente ecco, non mangerà mai, ma se affonda nei propri compagni o nella prole i propri artigli quando gioca, ecco dovrà fare le spese della rissa che ne nascerà."
"Dunque volete dire che bisogna provare a vivere per capire? E' questo che intendete?"
"No, non proprio - continuò il maestro - perché vedi, ho detto che di per sé il gatto ha artigli aguzzi e certo vivendo saprà adoprarli, ma non come pensi tu, per un macchinoso calcolo del suo cervello, o per una sorta di lunga tenzone fra sé e la sua forza e la sua intenzione, o per un allenamento a mutare i colpi dei propri artigli in modo consono ai suoi desideri!! No, non è proprio così."
"Ma allora volete dire che vi è un istinto!"
"Ecco - disse il maestro - ma non è ancora così. E' come un antico canto che ognuno in cuore ha e sa benissimo svelare e riconoscere ma non comunicare agli altri, poiché ognuno ha il suo.
Questo canto, quando lo si lascia sgorgare e nascere, ecco detta di per sé come una melodia di fondo le note che devono apparire."
"Ma non è la vita che fa apparire, piuttosto, le note e noi ci arrabattiamo a scegliere la migliore?" chiese il discepolo.
"Ecco finalmente tu lo hai detto!
La tua ignoranza è davvero abissale se ancora pensi che tu scegli e che ci siano note migliori! - disse il maestro e continuò - Un giorno un topo si recò prima del previsto fuori della sua tana e vide da lontano un gatto maestoso e grosso che sembrava aspettare proprio lui e lì vicino, appresso al gatto, un bel pezzo di formaggio. Lo stomaco del topo era distrutto per la gran fame tanto che non vedeva neanche più da quella gran necessità che si portava in petto.
Ora se capisci che cosa è necessità, saprai rispondermi se il topo vuole morire o vuole sfamarsi."
Giorni e giorni pensò ad una risposta il discepolo e mai arrivava ad una risposta che lo illuminasse, che gli prendesse il cuore, così finalmente si decise ad andare dal maestro.
Là giunto disse: "Io sono come quel topo e questa mattina non voglio seguire il solito rituale per parlarti perché in me più forte è la necessità di parlare che di far silenzio e di sedermi qui accanto a te."
"Ah! Capisco - disse il maestro - allora il topo è morto?!"
"Davvero ignorante anche tu sei, o gran maestro, ché in ogni caso il topo sarebbe morto, che se tornava indietro moriva di fame e se andava a prendersi il formaggio, sarebbe morto ucciso dal gatto!" disse il discepolo.
"Oh! - disse il maestro soddisfatto - E hai concluso qual'è l'unica necessità che ha il topo?
Ed essa non è forse la stessa che ha il sole?"

lunedì 18 giugno 2012

19 Le sensazioni del Priore


Un giorno un giovane monaco, convinto che il suo priore, reputato da tutti un saggio, non soffrisse più nulla e non gioisse più per alcunché, rimase stupito nel sentir dire da quel superiore:
"Ottima questa minestra di verdura, ne vorrei ancora."
Fece così la sua osservazione e il priore, senza alzare gli occhi dalla sua ottima minestra, disse:
"Figlio mio, il mio stomaco è sano e forse il tuo, se pur sei così giovane, non lo è, annegato com'è dal desiderio di non desiderare così che non avverte più neanche i gusti che gli piacciono.
Fai attenzione, ché uno stomaco come il tuo i casi sono due: o muori di fame o fai una grossa indigestione!"
Commento: Non confondere il giudizio con il vedere quel che è.
Il giudizio dice questo è bene, questo è male, portandosi sempre dietro il desiderio e il rifiuto, fonte di sofferenza.
Il vedere quel che è fa solo sì che i vostri occhi, attenti, distinguano un fosso da un dosso, in modo che il vostro piede si accomodi alla conformazione di quel suolo, senza inciampare e storcersi.